blog di arte, cultura e tutto quello che (mi) capita a Londra




...blog di arte, cultura e tutto quello che (mi) capita a Londra

londra, libri13 Jun 2007 9:29 pm


 "Ogni passione confina con il caotico, ma la passione del collezionista confina con il caos dei ricordi. Più ancora: il caso, il fato, di cui è soffuso il passato ai miei occhi, sono intensamente presenti nell’abituale confusione di questi libri…" - Walter Benjamin

Mi piacciono i libri vecchi, quelli fuori catalogo, quelli con un centinaio di anni sulle spalle o anche più. Mi piace l’odore stantio della carta, la copertina di cartone rigido con i rilievi, i margini delle pagine ingiallite dal tempo, i caratteri un pò pesanti, leggermente sfumati, che raccontano cose nella lingua e nelle tonalità del tempo che fu. Mi piacciono i libri illustrati da incisioni, unico mezzo per documentare avventure, scoperte, sogni. Mi piacciono i libri con una dedica ed una data, il premio per la gara di matematica, il regalo di Natale o l’ex libris di una biblioteca ormai disfatta. Mi piace perdermi nelle librerie del centro, quelle con la scaletta che va giù nei meandri dello scantinato, un silenzio misterioso che può valere un incontro, una scoperta. Adoro anche le bancarelle e gli scaffali dei rigattieri, là dove, mancando l’erudizione e l’occhio esperto di chi se ne intende, un prezioso volume può essere dismesso per pochi centesimi. 

Londra è un luogo privilegiato per certe passioni, ci sono più mercanti di volumi, stampe e mappe d’epoca qui che in ogni altra città del mondo.
Ci sono posti dove posso solo ammirare la vetrina, perché i prezzi superano le mie possibilità.
Uno di questi negozi antiquari è Finney, a Bloomsbury. Mi fermo spesso davanti alla vetrina, e finendo gli ultimi sorsi di un cappuccino brodaglia (un pò come quella Holly che faceva colazione da Tiffany), rimiro i Piranesi e gli Hogarth, le damine del Settecento e i pesci tropicali.
Ci sono sempre delle stampe bellissime, la cui disposizione cambia una o due volte alla settimana.
Guardare non costa nulla.
Ed è con questa filosofia di vita, che, munita di biglietto gratuito, mi sono recata alla Olympia Book Fair, uno degli eventi più prestigiosi nel suo genere. 
Gli espositori venivano non solo da tutto il Regno Unito, ma anche dalla Germania, dalla Francia, dai Paesi Bassi e dagli USA. 
File interminabili di libri. Volumi di storia naturale illustrati tra XVIII e XIX secolo con dei colori e dei prezzi da capogiro. Prime edizioni del magico mondo di Beatrix Potter, resoconti di viaggi, mappe, tomi di medicina, arte e storia, teatrini di cartone. 
La fauna sparuta dei collezionisti, il linguaggio degli iniziati, le cifre a vari zeri, le note tecniche quasi criptiche e dappertutto quell’odore di sacro e stantio, al cui fascino non si sa rinunciare, per il cui possesso ci si può anche dannare l’anima, come seppe raccontare Asselineau nel suo Enfer

generale, libri25 Apr 2007 12:29 am

Ritorno a Londra e piombo nella sindrome degli ormoni, che, spietati, non mi fanno godere del sole, dei parchetti in fiore, del giorno di San Giorgio, e invece mi fanno dormire, poltrire, agonizzare, pensare di sparire. 
E’ normale: le donne, si sa, hanno questo umore altilenante, che le rende affascinanti. Io però, di questo su e giù emotivo, farei benissimo a meno. Poi penso ai massimi sistemi e mi convinco che, se alla fine non siamo contenti, è tutta colpa dello stress metropolitano e dell’iperbenessere della civiltà dei consumi. C’è molto, troppo in offerta e non ce ne accorgiamo, o comunque, non ci accontentiamo. Io no che non mi accontento! 
E la maionese impazzisce, i capelli non tengono la piega e le piante si seccano…
Cammino col broncio e mi fermo davanti alla vetrina del librivendolo. Siamo noi a trovare i libri o sono loro a trovare noi? 
Che importa? Per sole £3.50 la copia anastatica del diario vittoriano di Adelaide Pountney è mia. 
Nel diarietto, datato 1864/65, ogni giorno dell’anno è illustrato da vividi schizzi, l’immediatezza dei disegni di Adelaide, corredata da poche parole di commento, ci riporta ad un mondo e ad un’epoca lontani, in cui non esistevano il femminismo e gli antibiotici, le gonne ampie, limitando i movimenti, si inzaccheravano di pioggia e fango e un raffreddore banale poteva trasformarsi in una malattia invalidante.
Come viveva Adelaide, una ventitreenne di buona famiglia? Niente ipod, internet, discoteche o palestra. I pomeriggi piovosi si passavano in casa a dipingere, leggere, scrivere, fare marmellate o ricevere ospiti per il tè. Le pubbliche uscite erano dedicate ai corsi di disegno, tedesco e greco (!) e alle infinite visite ad amici, vicini, conoscenti e vecchie zie. Ogni tanto qualche festa, qualche concerto d’organo o pianoforte, un salto in città per un taglio di capelli (giusto le punte), una visita dal dentista o dal dottore per farsi sentire i polmoni, l’acquisto di nuovo cappellino, un libro in prestito dalla biblioteca o una lettera da imbucare. Quotidianamente, salvo maltempo, Adelaide faceva una passeggiata, dopo pranzo o dopo cena, al mare, nei boschi, in campagna oppure fino al parco, per sentire la banda suonare. E, qualche volta, lei o le sue sorelle, prendevano un treno sferragliante, da sole, per andare ospiti da qualche amica. Una specie di avventura: lo scompartimento scomodo ed angusto e il giro dei saluti a chi restava, come se si andasse lontanissimo.
Infine, di domenica, la nostra eroina andava in chiesa, anche due volte, con la stesso entusiasmo con cui oggi si va allo stadio o ad un concerto, perché, per i vittoriani, ascoltare sermoni di oltre 40 minuti era non solo un dovere per l’anima, ma anche un piacere per le orecchie, specie quando l’oratore era carismatico e capace. E per godersi meglio lo spettacolo si pagava una quota, riservando il proprio banco, o il proprio palchetto, come a teatro.
Giornate di altri tempi, che con il nostro metro di valutazione moderno si potrebbero definire lente, ripetitive e monotone, ma in cui forse si apprezzavano di più le cose di ogni giorno che noi diamo per scontate. E magari, una tisana di melissa bastava a calmare il malumore.

generale, londra, libri7 Mar 2007 1:25 am


La British Library ha pubblicato online una versione digitale dei taccuini di Leonardo, nello specifico il Codice Arundel e il Codice Leicester.
Ma… la suddetta versione è accessibile solo ed esclusivamente agli utenti della nuova piattaforma Microsoft Vista.
L’impopolare scelta è dovuta al fatto che, mentre il Codice Arundel è di proprietà della British Library, quello Leicester è stato acquistato nel 1994 da Bill Gates, co-fondatore e chairman di Microsoft.
Gates ha acconsentito alla pubblicazione digitale del Codice Leicester, ma solo per una durata di 6 mesi e in cambio della possibilità da parte di Microsoft di utilizzare gli spazi della British Library per il lancio della nuova piattaforma di Windows.
Da ciò ne consegue che entrambi i manoscritti sono ora accessibili online dagli utenti di Vista, tramite un software sviluppato dal museo e sponsorizzato da Microsoft.
Molte le polemiche, come potete immaginare. 
Martin Kemp, professore di storia dell’arte alla Oxford Unversity, si è dichiarato sorpreso nell’apprendere che anche il Codice Arundel è disponibile online solo per chi possiede le versioni più avanzate del sistema operativo Microsoft.
Impedire l’accessibilità dei contenuti non solo agli utenti Mac, come me, ma anche agli stessi user di Windows 2000 e Windows Xp, non mi sembra una mossa etica, trattandosi oltretutto di un’iniziativa culturale di portata mondiale e rivolta - in teoria - ad un largo pubblico.
Il bello è che nel comunicato stampa della British Library si annunciava l’iniziativa elogiando Microsoft quale "worldwide leader in software, services and solutions that help people and businesses realize their full potential"…

by moya