blog di arte, cultura e tutto quello che (mi) capita a Londra




...blog di arte, cultura e tutto quello che (mi) capita a Londra

londra, roma15 May 2008 1:43 pm
riassunto
E’ difficile riprendere le fila di un discorso interrotto da molto tempo, specie quando i giorni e le settimane sono scorsi via intensi, pieni di colori, sapori e suoni differenti.
Traslocare è un evento abbastanza quotato nella scala dello stress umano. A dir la verità è il quinto che faccio da quando sono in terra angla, e, seppure bravissima ad impacchettare la mia vita e a risistemarla tra nuove pareti, ciò non toglie che bisogna ripartire da zero, scoprire percorsi alternativi, instaurare nuove relazioni, inaugurare rituali diversi. Non sempre tutto sopravvive a queste mini rivoluzioni, e il blog, ahimé, ne ha fatto le spese. Tuttavia sono contenta della nuova casa sulla collina, della mia camera con vista, del parchetto panoramico e dei simpatici flatmates, che, come me, hanno bisogno di più di un semplice tetto sulla testa. In mezzo a spostamenti, scatoloni da aprire, routine sovvertita ed esperimenti di interior design, ho anche visto la neve, sono tornata a Roma per 15 giorni, ho perso (anzi, mi hanno perso) la valigia, ma sono riuscita a recuperarla in ritardo di una settimana, ho camminato a piedi nudi in St. James Park, con le margherite e un sole finalmente estivo, sono salita in cima alla torre campanaria della cattedrale gotica di Salisbury per godermi un fantastico panorama, e adesso sono avvolta in un golfino, mentre fuori tutto è nuovamente grigio. Riscrivo qui, un pò incerta sull’avvenire, ma fiera di essere scampata al naufragio creativo e aver raggiunto un lembo di terra asciutta su cui rifiorire.
generale, terra angla, itaglia5 Feb 2008 11:39 pm

stereotipi

STEREOTIPO 
(dal greco stereòs = rigido, e tòpos = impronta): 
Insieme coerente e abbastanza rigido di credenze che un certo gruppo condivide rispetto
a un altro gruppo o categoria sociale.
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In questi giorni che più vivo e meno scrivo, non avendo grandi possibilità di evadere da impegni lavorativi pressanti né molto tempo libero per le mie peregrinazioni alla scoperta dei segreti e curiosità londinesi, mi sono tuffata in altre esplorazioni, mi sono dedicata alla sociologia. 

Come ci vedono gli angli a noi itagliani? E noi, cosa pensiamo di loro? Chi ha ragione?
Le nostre rispettive percezioni si riducono a sterili clichés, o c’è un pò di verità?

Ho preso come cavie due miei amici angli, diversissimi per generazione e attitudini, ma pur sempre figli di questa terra d’Albione:

J è un giovine sui 25, aperto ed entusiasta, desideroso di evadere e di imparare. Medita di andare in Giappone e quindi sta cercando di imparare il giapponese.

R è un maturo 40 something, un pò timido alla Hugh Grant, si dichiara non interessato ad altre culture, ma è ferratissimo nella sua. Recentemente, ha provato a seguire un corso di spagnolo, ma ha mollato dopo solo 3 lezioni.

J e R pensano che, esteriormente, gli italiani si riconoscano dagli angli perché essi sorridono di più, agitano mani-braccia quando parlano, hanno un tono di voce più alto, sono sempre molto vivaci ed entusiasti e le donne tendono a piangere più facilmente. Entrambi, trovano questa emotività/teatralità dei popoli latini divertente ed affascinante.
[Per quanto mi riguarda, ebbene sì, lo ammetto, quando parlo gesticolo animatamente, anche se cerco di trattenermi, e spesso, mentre inconsciamente disegno cose nell’aria, mi accorgo che gli angli si bloccano a guardarmi le mani e non ascoltano più quello che cerco di dirgli!]

Sia J che R pensano, con un certo timore, che noi continentali tendiamo a considerare gli inglesi un popolo poco aperto, un pò freddino, incapace di passion, che si scioglie solo dopo qualche pinta di birra. Ma non è vero, è che in fondo loro sono maestri dell’understatement e dell’ironia, bisogna saperli un pò studiare, ecco.

Gli angli non sanno la grammatica, quindi per pigrizia e mancanza di analisi logica, fanno fatica ad imparare le lingue. Tuttavia, negli ultimi anni, grazie ai voli low cost, le popolazioni albioniche hanno cominciato ad abbandonare la loro isola e a girovagare in lungo e in largo, scoprendo il sole, il vino, la buona cucina e il pittoresco dolce far nulla di paesi come Spagna, Italia, Francia.
Quindi sono meno freddini di prima. Quindi amano crogiolarsi al sole e mangiare spaghetti. E si segnano ai corsi di lingua.

J mi ha detto, un pò sorpreso, che suo papà, che ha 65 anni, è un anglo vecchia generazione, di quelli che d’estate andavano solo al lago o al mare triste delle coste britanniche, e che ha mangiato il suo primo piatto di pasta solo una decina di anni fa!! Per contro, J si definisce anglofobico, ha già passato del tempo all’estero, e non vede l’ora di cambiare aria (vedi Giappone), quindi lavora sodo per mettere da parte i soldi necessari alla fuga.

R è invece il tipico englishman, che di solito guarda il football, va al pub a bere birra, legge libri angli, pronuncia nomi francesi in anglo, adora il teatro (specie classici di Noel Coward), mangia il fìscendcìps, legge il Times. Magari ogni tanto, sconfina, e va a vedersi le retrospettive di film cinesi, o si fa una vacanzetta in Italia o Spagna, però nulla lo può davvero scollare dalle passeggiate domenicali in riva al fiume e la sua cup of tea.

terra angla, itaglia8 Jan 2008 6:24 pm
italian latin lover"Pity us poor Italian men" said Andrea, my barber in Rome, as he gave me my new year haircut. The other customers nodded. “Listen,” said one as he leafed through Corriere dello Sport and waited his turn “We are all men here, I can be frank. Our women have become independent-minded, they all go out to work, they don’t cook so much any more, we have to look after ourselves. We are second-class citizens."  
 
In una grigia, piovosa, malinconica giornata di gennaio, almeno la rassegna stampa britannica offre delle "chicche" esilaranti, come l’articolo di Richard Owen apparso su The Times online (e prontamente tradotto di rimbalzo dal Corriere della Sera, con qualche taglio fuorviante) sulla crisi del maschio italico. La parte migliore, comunque, sono i commenti dei lettori in calce al pezzo e quell’antica diatriba "Italian latin-lover" vs. "inhibited British" che, come tutte le leggende e gli stereotipi, è dura a morire. 
E poi, come se non bastasse, c’è addirittura un test per le signore, dal titolo: "How Italian is your man?" emoticon
roma25 Sep 2007 7:31 pm

viadelmare

Foto: ©"Incendio sulla Via del Mare" 24/09/2007 

…Me ne andavo da quella Roma puttanona, borghese, fascistoide, da quella Roma del "volemose bene e annamo avanti", da quella Roma delle pizzerie, delle latterie, dei "Sali e Tabacchi", degli "Erbaggi e Frutta", quella Roma dei castagnacci, dei maritozzi con la panna, senza panna, dei mostaccioli e caramelle, dei supplì, dei lupini, delle mosciarelle… Me ne andavo da quella Roma dei pizzicaroli, dei portieri, dei casini, delle approssimazioni, degli imbrogli, degli appuntamenti ai quali non si arriva mai puntuali, dei pagamenti che non vengono effettuati, quella Roma degli uffici postali e dell’anagrafe, quella Roma dei funzionari dei ministeri, degli impiegati, dei bancari, quella Roma dove le domande erano sempre gia’ chiuse, dove ci voleva una raccomandazione… Me ne andavo da quella Roma dei pisciatoi, dei vespasiani, delle fontanelle, degli ex-voto, della Circolare Destra, della Circolare Sinistra, del Vaticano, delle mille chiese, delle cattedrali fuori le mura, dentro le mura, quella Roma delle suore, dei frati, dei preti, dei gatti… Me ne andavo da quella Roma degli attici con la vista, la Roma di piazza Bologna, dei Parioli, di via Veneto, di via Gregoriana, quella dannunziana, quella barocca, quella eterna, quella imperiale, quella vecchia, quella stravecchia, quella turistica, quella di giorno, quella di notte, quella dell’orchestrina a piazza Esedra, la Roma fascista di Piacentini… Me ne andavo da quella Roma che ci invidiano tutti, la Roma caput mundi, del Colosseo, dei Fori Imperiali, di Piazza Venezia, dell’Altare della Patria, dell’Università di Roma, quella Roma sempre con il sole, estate e inverno, quella Roma che è meglio di Milano… Me ne andavo da quella Roma dove la gente pisciava per le strade, quella Roma fetente, impiegatizia, dei mezzi litri, della coda alla vaccinara, quella Roma dei ricchi bottegai… quella Roma dove non c’è lavoro, dove non c’è una lira, quella Roma del "core de Roma"… Me ne andavo da quella Roma del Monte di Pietà, della Banca Commerciale Italiana, di Campo de’ Fiori, di piazza Navona, di piazza Farnese, quella Roma dei "che c’hai una sigaretta?", "imprestami cento lire", quella Roma del Coni, del Concorso Ippico, quella Roma del Foro che portava e porta ancora il nome di Mussolini. Me ne andavo da quella Roma di merda!

Mamma Roma! Addio.

©Remo Remotti

itaglia, diario27 Jun 2007 3:55 pm


Sarà il vento caldo dell’estate, ma quando torno in patria i sentimenti si fanno ambivalenti. A volte penso che con l’esilio questi confini siano divenuti sterile luogo comune, quasi depliant turistico decantante bellezze e gastronomie di un’entità geografica che un tempo per me era casa. Gli amici veri restano, comunque vada e dovunque io sia, ma le nostre vite hanno preso direzioni diverse. Quando sono qui mi sembra sempre di essere un fiore o un animale esotico, un’attrazione da serraglio. Così la ragazza "che ormai è diventata proprio un’inglese, eh?!" colora di novità il quotidiano di chi è rimasto, ascoltando paziente gli sfoghi di chi crede io non abbia mai dubbi o difficoltà. Sento un sapore strano nell’aria rovente, la certezza ineluttabile che non si può tornare indietro: vivessi nuovamente qui, tutto sarebbe anacronistico e complicato, come rientrare nelle forme sgualcite di una veste che non calza più.
Ancora vegeta e incredula, mi tocca dunque assistere alle suggestioni da caro estinto: come in un sogno, mi aggiro, pallido essere, in stanze ricolme di oggetti che ho amato, tra foto incorniciate da mia madre, altarini di una vita che ho trascinato via da qui, in un lontano pomeriggio di settembre.
Il tempo vola ed io tornerò presto a raccontare di SE4, ma non prima di aver assaporato fino in fondo i colori, i sapori e le forme della mia città natale e delle antiche colline toscane, che raggiungerò domani.

itaglia, roma21 Apr 2007 1:02 am

Tornata alla vita frenetica londinese, la parentesi assolata e spensierata nella Città Eterna si perde già in nebulosi frammenti, dagli spazi temporali incerti.
Come in una medaglia rinascimentale, ci sono un recto e un verso: la poesia di una fontanella davanti ad un muro scrostato e le anomalie di un vivere sacrificato alla disorganizzazione, la bellezza della rude saggezza popolare, e la barbarità vacua e volgare di inutili saccenti. C’è stato l’incontro col Pacominofotografo, su cui molti hanno ricamato e insinuato nei giorni scorsi, suggellato da un bel piatto di bucatini, per la gioia e l’invidia dei mancati partecipanti, nonché un fortuito aperitivo con l’altra bloggatrice romana,Germinie.
In 5 giorni non sono mancate primaverili visioni da cartolina, come le azalee a Trinità dei Monti, l’oculo della cupola delle Terme di Diocleziano, l’erma all’Isola Tiberina e la scalinata del Campidoglio, quella che c’ha tarmente tante scale che quanno ce se va a sposà c’è sta tempo pe’ aripenzacce!
E poi… il rovescio della medaglia.
Ad esempio, martedì sera sono finita in un vernissage terrificante, dove una nutrita selezione di nobili, presenzialisti, vips, attorucoli e attricette, presentatori tivvu’, vecchie signore tirate a lifting, supponenti critici e tronfi artisti, si aggiravano in stanze liberty arraffando drinks e cibarie e sorridendo senza imbarazzo all’inviato di CAFONAL, senza curarsi minimamente delle foto vintage appese al muro. Eravamo solo in 4 comuni mortali, vestiti casual (molto casual) e in fuga dopo qualche lillipuziana tartina annaffiata da prosecco. Roma sembra dunque restare provinciale e decadente, legata al passato. L’arte coraggiosa c’è, ma non scuote minimamente quella da salotto, le teorie son fatte da vecchi, coi paraocchi, e l’ignoranza dilaga, a discapito del senso civico.
Alla mostra di Albrecht Dürer l’onorevole se ne fregava di spegnere il cellulare, perché aveva il Presidente in linea, mentre due sbarbatelli, che d’intellettuale avevano solo gli occhiali, liquidavano ad alta voce il Bacchino di Caravaggio [autoritratto dell’artista, reduce dall’Ospedale della Consolazione] come l’effige di "uno di quei teste di cazzo che si scopava lui" sìc
Alla fine torno in terra angla e che vi devo dire, da un lato (testa) mi dispiace, ma dall’altro (croce) provo un certo sollievo…

by moya