blog di arte, cultura e tutto quello che (mi) capita a Londra




...blog di arte, cultura e tutto quello che (mi) capita a Londra

generale, diario8 Oct 2008 8:18 am

quelo

© Corrado Guzzanti aka Quèlo - "Pippo Chennedy Show" - 1997 

Un pallido sole d’autunno fa capolino tra le nubi, la quiete fresca e silenziosa di SE4 nulla fa presagire del clima pesante che si respira in città. E non parlo dello smog e del rumore e dello sciame di persone che invade strade e metropolitane, ma di una cappa forse più pesante, perchè presente e allo stesso tempo invisibile: quella dell’incertezza. Da cinque anni a questa parte ho vissuto in una bolla, testimone di un mondo fatto di impiegati di large investment banks, con gli open space al trentesimo piano, gli orari impossibili, la cnn in ascensore, la larga disponibilità economica, i viaggi oltreoceano, gli abiti firmati, e le sbornie da smaltire sul treno a mezzanotte. Per cinque anni una casa di proprietà (a prezzi irragionevoli), una bella macchina e il conservatory da mettere in giardino sembravano essere la massima realizzazione a cui un essere umano potesse aspirare, ho visto gente indebitarsi e danzare allegramente sull’orlo del baratro. E adesso, è ufficiale, la Gran Bretagna è in RECESSIONE. Si può perdere il lavoro, la casa, i soldi investiti in fondi e azioni, la bella macchina, l’agiatezza di ieri. E’ una crisi nazionale, ma anche globale. Titoloni e cifre sulle prime pagine dei giornali, facce ancor meno sorridenti la mattina per andare al lavoro, siamo diventati tutti economisti dell’ultima ora e si discute sui possibili scenari davanti ad un tè o alla Cornucopia di teschi colorati di Damien Hirst. E mi viene in mente il bel saggio di Erich Fromm, "Avere o Essere?", in cui l’autore osserva come la libertà dell’individuo sia pesantemente affetta non solo dall’io, ma soprattutto dai possessi, e come la creatività umana e l’autorealizzazione passino necessariamente attraverso la rinuncia alle cose, al potere, alle attività alienate, alla snervante ricerca della perfezione personale. 
terra angla, diario2 Oct 2008 11:28 am

autumn

Foto: © "Beckenham Hill" 30/09/2008
 
E’ ufficialmente iniziato l’autunno in terra angla, non che l’estate quest’anno si sia fatta notare, ma quando le foglie cambiano colore, a terra cadono i ricci d’ippocastano e tante bacche rosse punteggiano i cespugli all’angolo delle viuzze di SE4, mi sento dentro una felicità strana. Ci sono nuove mostre da vedere, il festival di cinema, quello di musica antica, i propositi da mettere in pratica, avvolti in un golf di lana, le passeggiate nel parco con il sole che scalda appena, quel cappellino con la piuma che aspetta nell’armadio, le lezioni di tango nella sala anni trenta, con il parquet rovinato e i ballerini impacciati. Ma anche i primi raffreddori, la dichiarazione delle tasse con i moduli astrusi che non so come riempire, il bisogno di una stampante nuova e su tutto l’atmosfera tesa di settimane di crolli in borsa e la minaccia della recessione e questo credit crunch, che è sulle bocche di tutti, come un venefico snack.
 

I singhiozzi lunghi dei violini d’autunno
mi feriscono il cuore
con languore monotono.
Ansimante e smorto,
quando l’ora rintocca,
io mi ricordo dei giorni antichi
e piango;
e me ne vado nel vento ostile 
che mi trascina di qua e di là 
come la foglia morta.  

londra, diario, musica18 Sep 2008 7:23 am

killing moon

La parentesi romana si è conclusa… anche l’estate. Qui in terra angla si respira l’odore dell’autunno e fa anche un pò freddino. E il sole è un optional. Si parlava ieri delle strane sensazioni a fior di pelle, una vacanza come tante che l’hanno preceduta, da cui non ci si aspettava nulla o quasi, e che però ci ha cambiato. Possono essere stati paesaggi montani di purezza sorprendente o uno scenario barocco da riscoprire, semplicemente, camminandoci dentro; la rivelazione è avvenuta in sordina, come la goccia che scava la roccia, attraverso il ritmo lento dei passi, la gamma di colori dimenticati, il sole che accarezza la pelle e il viaggio nella solitudine che si fa presenza, di noi stessi. E poi si torna a Londra, alla vita frenetica, al clima incerto da recessione, ai pendolari che corrono senza posa tra lavori che saltano, alla quotidianità stravolta, fatta di facce e ritmi che dovrebbero essere gli stessi di dieci giorni fa, ma in fondo al cuore sai che non è così. E, tuttavia, la sola cosa da fare è tuffarsi in questo mondo asincrono, coglierne le opportunità cercando di non farsi prendere da quella frenesia malata, anche se è un proposito destinato al fallimento. 
L’unica cosa che conta è restare fedeli a se stessi, pur nei cambiamenti e nelle evoluzioni.
Così mi sono ritrovata a filosofeggiare, tra una pausa e l’altra del concerto dei Bunnymen alla Royal Albert Hall. Sul tempo che passa, sui prodotti musicali che oggi si divorano in un nanosecondo, mentre ieri un album durava si e no 45 minuti e lo ascoltavi attentamente, lo metabolizzavi consumandone i solchi. Ho visto scorrere bellissime immagini in bianco e nero di una gioventù piena di promesse, e sul palco quello che rimane di un ventennio di tempeste e battaglie. 
Sarà che io i concerti rock seduta in piccionaia proprio non riesco a concepirli… però so che se fossi stata sotto al palco, testimone del decadimento della gioventù di cui sopra, mi sarei sentita peggio. 
"Evergreen…"
 
 bunnymen
se4, londra, terra angla, diario29 Aug 2008 4:06 pm

alieni?

La fine del mese di agosto porta sorprese in terra angla. Si va al locale brasileiro e ti danno un cubetto di ghiaccio luminoso per chiamare la cameriera. 
E se il tempo non è sempre clemente, basta guardare su in alto e quando meno te lo aspetti c’è uno sprazzo di sereno, uno scampolo di cielo azzurro, un arcobaleno da manuale. 
Guardando in alto, si può anche avvistare… un UFO! 
Ebbene sì, anche SE4 ha avuto i suoi incontri ravvicinati. 
Il 9 agosto qualcosa di sinistro si aggirava nei cieli neri a sud est di Londra.
Chi dice che fossero delle lanternine luminose, chi una birra di troppo, ma in tanti sono convinti che gli extraterrestri scorazzassero sopra i verdi sobborghi a sud del fiume. Ne ha parlato anche il giornale locale!
Guardando in basso, invece, più precisamente a terra, si possono incontrare altri generi di alieni. 
Era sui giornali angli, ma anche italiani, la notizia delle lumachine romane dal nome buffo, Papillifera Papillaris, quelle che da cento anni dimorano felici e indisturbate a Cliveden nel Buckinghamshire. Pare siano emigrate per nave, incollare ad una bella balaustra marmorea, proveniente dai giardini di Villa Borghese. E se si sono acclimatate le lumachine, perché non dovrei farlo io? 
 
La sorpresa più gradita è stato però l’arrivo in VESPA dell’amico-bloggatore Pacomino
(vedi: http://pacomino.blogspot.com/2008/08/preview.html), il quale, per passare un weekend a Londra, si è fatto tutta una tirata da Milano (con un’unica sosta al confine svizzero) e che, all’alba del sabato, è stato scortato dalla polizia di Lewisham, con navigatore satellitare e tutti gli onori, fino alla mia porta.  Ecco, non so se vi posso spiegare cosa abbia significato girare Londra by night in sella ad una Vespa, e veder gonfiare le gomme e mettere miscela al suddetto mezzo al benzinaio di SE4, ma da quando tutto questo è accaduto la città mi sembra più mia. 
 
vespa 
londra, diario1 Jun 2008 12:04 pm

towerbridge

Qualcuno ha detto che bisogna perdersi, per poi ritrovarsi.
L’avventura più grande è sicuramente il viaggio alla scoperta di noi stessi.
Chi siamo, dove vogliamo andare. A volte non necessitiamo di massimi sistemi, sono le piccole cose di ogni giorno a darci la misura del nostro essere nel mondo. Il ponte sul fiume avvolto dalla nebbia mattutina, l’ape ronzante sul ranuncolo giallo, la ragazzina sui pattini, che torna da scuola, un emulo di Elvis che fa cantare "Suspicious Minds" alle donne in carriera e alle commesse di Canary Wharf, la bambina che ti chiede di prenderla in braccio per guardare più lontano, quel velluto così verde e palpabile nel tuo quadro preferito, il ragazzo che distribuisce il Londonpaper all’angolo della posta e che ormai è un amico, il macchinista del treno che sorride dal finestrino, quest’estate angla che stenta ad arrivare, lo specchio strano che avevi visto due mesi fa al mercato di Greenwich, quando la tua vita e i tuoi progetti erano totalmente diversi, e che è ancora là, ad aspettarti. Così per 5 pound ti porti a casa un sogno che non vuole morire, una cosa che fa belle le tue nuove pareti e la tua anima.
londra, diario25 Mar 2008 9:55 pm
east08
Mi lascio alle spalle una Pasqua speciale e anche un pò surreale. 
Non sono andata in vacanza (al contrario, ho lavorato), non ho consumato colombe, pastiere e affini, non ho fatto gitarelle fuori porta, tuttavia le sorprese non sono mancate.
Come recarsi alla Tate Modern, di prima mattina, con il sole e il vento tagliente, per seguire ancora le crepe infinite sul pavimento della Turbine Hall e intraprendere un viaggio giocoso tra provocazioni dadaiste, rayografie e macchine inutili. E poi perdersi nelle vie ignote, tra Victoria e Westminster, tra un pub con la musica jazz e la grandine che viene giù, a sorprendere amanti senza ombrello e turisti sprovveduti. E dopo notti insonni, contemplare vetrine vuote, allestimenti bizzarri, che nessuno si ferma a guardare, o camminare felici sotto la neve che fiocca inaspettata di mattina, ristorandosi un pò al pallido sole del pomeriggio, mentre Italiani e Spagnoli gesticolano nei caffè.
L’ultimo album degli Editors, così bello e triste, che sa di cose perdute o che si perderanno, di rivelazioni ovvie e fragili, fa da colonna sonora alle mie peregrinazioni londinesi, accompagna la mia anima che, senza conoscere la destinazione, ma solo il viaggio, si rinnova tra vecchi e nuovi scenari, come quel pub poetico e nascosto in Windmill Walk, con le foto di Oscar Wilde e le conversazioni serie, i percorsi labirintini alla National Gallery, gli sguardi effimeri dei passanti o i giardini di Bloomsbury sferzati dalla pioggia e dal silenzio.
londra, diario17 Mar 2008 12:46 am
bottle shop
 
Un weekend piovoso per riordinare le idee.
Farsela a piedi da SE4 a SE10, passando per Deptford, le strade assonnate ed umide, il cielo grigio e pesante, il mercatino di Greenwich con i mobili anni ‘50, i dischi, il chioschetto dei panini e la bancarella con i vestiti darkettoni. E poi, perdersi nel mio negozio preferito, un archivio del tempo, tra bottiglie, scatole di latta e recipienti di ceramica.
La solitudine del parco fuori dalle finestre di un caffè insolitamente vuoto mi aiuta a mettere nero su bianco i pensieri che si affastellano nella mia mente. Fantasmi di un passato recente e di un futuro che, spero, possa diventare il mio presente. Riscrivo la mia vita, ma riparto da SE4. Il viaggio è metafisico. Stabilisco nuove regole, inauguro nuove abitudini. Amo il fiume, le gocce di pioggia, il volo dei gabbiani, i salici piangenti piegati sull’acqua, i tetti aguzzi delle case, l’odore di fish&chips.
Ormai la mia vita scorre qui.
 
cafe 
 
Credits:
The Old Bottle Shop, Unit 7, The Village Market, 17-18 Stockwell St., Greenwich.
Cow & Coffee Bean, Queen Mary’s Gate, Greenwich Park.
 
generale, diario8 Mar 2008 4:50 pm
wallpaper
Più vivo e meno scrivo, e mi dispiace un pò trascurare questo spazio. Ho delle giornate molto piene, sto vivendo una sorta di rivoluzione, una cesura tra ancien régime e quello che verrà.
Parte di questa rivoluzione è la nuova ricerca di una casa, che, ho fermamente deciso, sarà in SE4, perché amo questi luoghi. Lasciare la vecchia dimora mi dispiacerà un pò, ma cercarne un’altra è una sorta di avventura, con episodi più o meno frustranti e divertenti lungo il percorso. Al momento mi sembra che il mondo degli affitti sia monopolizzato da vegetariani intolleranti, e, francamente, pur avendo una dieta salutista e condividendo certi concetti, mi piace ancora (mea culpa) affondare occasionalmente la forchetta in un petto di pollo o mangiare pesce e patatine o farmi un panino col salame o col formaggio. Ma sono fiduciosa, qualcosa salterà fuori. Nel frattempo, le mie teorie si sono rivelate giuste. Sono appassionata di architettura e vita sociale vittoriana e avevo sempre intuito che la cucina della casa in cui ancora vivo fosse in realtà la camera della governante. Giorni fa abbiamo avuto un guasto alla lavatrice e spostare l’ingombro per controllarne eventuali difetti ha portato ad un’affascinante scoperta.
Sul muro restava un lacerto di carta da parati centenaria, con dei fiori delicati. Guardavo nel buco, con la pila in mano e sorridevo, come Amelie Poulain quando scopre che il tecnico delle photomaton non è un fantasma. Andrò via da qui, ma il mistero è finalmente svelato.
londra, arte, diario, mostre28 Feb 2008 10:00 pm

jarman's cottage

Ultimamente, ho una vita frenetica, piuttosto stancante. Lavoro molto, perché l’arte appaga, ma non paga, e quindi bisogna provvedere alle bollette. Viceversa, dedico all’arte e al nutrimento del mio spirito ogni frazione di tempo libero che mi resta, tra un impegno e l’altro. Così, l’altroieri sono stata alla Serpentine Gallery per vedere la retrospettiva di Derek Jarman, curata da Isaac Julien. Julien è un artista e film-maker che stimo molto e ho avuto la fortuna di incontrare quando ero studente. Mi piacciono i suoi lavori, il modo in cui sa fondere pensieri, voci fuori campo, realtà dislocate, tra fiction e documentario. Nessuno meglio di lui poteva curare le opere di un artista tanto importante e pionieristico come Jarman. La mostra è davvero un’esperienza emotiva, per scoprire o riscoprire rari super-8, dipinti sperimentali e installazioni, attraverso una serie di ambienti ad immersione. Il tutto è tenuto assieme ed arricchito dagli interventi di Julien, come le foto scattate nel giardino del cottage di Dungeness o il film biografico "Derek", presentato qui per la prima volta. Dalle sensazioni amniotiche della Serpentine Gallery, alla luce di Hyde Park, il passo è breve, ma significativo. La morte e la vita, il passato e il presente, labili confini. Il sole che tramonta regala al parco e agli alberi ancora scheletrici delle tonalità da vecchia polaroid, rinnovando il senso di mistero e assenza vissuto poco prima. E oggi mi infilo nel London Review Cake Shop, il mio caffè preferito, per rilassarmi e scrivere. Vengo qui quando ho bisogno di leggere, creare, incontrare qualcuno davanti ad una tazza di tè. Nonostante le dimensioni ridotte, il locale, di solito, è tranquillo, specie in mezzo alla settimana. Qualche volta, però, capita che al tavolo di fianco si siedano due donne angle in carriera, con l’accento posh e l’entusiasmo isterico, tutto risatine e consonanti, gossips e questioni lavorativo-familiari. Figure un pò a metà tra i romanzi porcellane e crinoline di Jane Austen e certi film alla David Lean. Voci capaci di disturbare la quiete triste e pregnante di un breve incontro, per parafrasare, o la concentrazione di una mente fin troppo sollecitata (la mia). Donne che, devo dire, posso ringraziare per la produzione di questo post, e maledire per avermi impedito di recensire la mostra di Jarman. La deadline per l’articolo era oggi, ma per (s)fortuna quest’anno è bisestile…
 
© Photo: Isaac Julien, Derek 2008 - Courtesy of Norman Films & Serpentine Gallery 
londra, diario17 Feb 2008 6:50 pm

Old Blackfriars

Da qualche giorno il cielo è terso, e, anche se le temperature si sono fatte rigide, è piacevole stare fuori, avvolti da una calda sciarpa, ad esplorare il mondo. Fiori delicatamente sbocciati in anticipo, gialle giunchiglie ondeggianti al vento, ciclisti e gabbiani, bambini e nuvole colorate che si rincorrono nel cielo,  insolitamente azzurro. E così, mi è successo, eppure non ci pensavo. Mi sono innamorata, anzi, reinnamorata… di Londra.
L’ho realizzato l’altro ieri, quando, avendo del tempo da perdere, ho deciso di andare all’Institute of Contemporary Arts a piedi, da London Bridge, percorrendo la Southbank. Sarà stata la luce, il ritmo senza fretta dei miei passi, la combinazione perfetta della colonna sonora offerta dal mio lettore mp3, fatto sta che tutto mi sembrava nuovo e affascinante. I piloni rossi del ponte rotto di Blackfriars, con le spalle in ferro battuto, e le insegne della regina Vittoria, i lampioni con i delfini allacciati a imprigionare volti di barbute divinità fluviali, sabbia e sassi, il greto del Tamigi e le chiatte borbottanti, la Maison Tropicale di Prouvé davanti alla Tate Modern, e il “trompe l’oeuil” del Gabriel’s Wharf, con le pubblicità anni ‘50 sopravvissute al tempo e all’umidità,  il mercatino deserto, la creperie e la galleria d’arte con i cuori.
gabriel's wharf
E poi, i ragazzini sugli skateboard, i pendolari frettolosi sull’Hungerford Bridge, le luci di Trafalgar Square. 
Ieri, invece, sono andata alla festa di addio del mio amico D., che se ne torna in Giappone. Il luogo prescelto per il leaving party era la sala superiore di un vecchio pub, in SE1. Mi sono avventurata in un labirinto di vecchi magazzini, fabbriche, piccole case dalle finestre appannate, palazzine moderne e anonime, un parchetto spelato, fino a trovare il Leather Exchange Pub, un glorioso edificio, sopravvissuto a bombardamenti e ristrutturazioni, ritto come un vecchio e fiero marinaio, tra il cemento e il nulla. 

La sala era molto confortevole, piena di carattere e atmosfera, risuonante di bisbiglianti ed educate voci orientali, la musica non troppo alta, un’idioma sconosciuto, il vino, la speranza di rivedersi, un giorno.

Ma senza tristezza.

leather exchange

by moya