blog di arte, cultura e tutto quello che (mi) capita a Londra




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terra angla, arte, viaggi13 Aug 2008 2:47 pm

summer08

Mentre sui lidi italici infuocati dal sole si mangiano angurie al ritmo dei soliti tormentoni, in terra angla il vento e la pioggia la fanno da padroni, sembra autunno e ci vuole il golf. Queste dicotomie climatiche mi hanno sempre stupito, se guardo oltre i vetri imperlati della mia finestra non riesco proprio ad immaginarmi che possa esistere un cielo diverso da questo. Eppure, se per un pò sono stata assente, non lo devo solo al blocco creativo, ma a dei fugaci scampoli estivi che hanno lambito anche queste latitudini. Dopo aver partecipato ad una serata organizzata dai blogghers di Lewisham (su invito di Neil, autore di Transpontine, la Moya di SE4 sedeva ad una simpatica tavolata all’aperto, unica scrivente in lingua italiana), sono partita per Edimburgo. Tre giorni di sole (!), musica, festival, pubs, chiacchiere e pure il tour del cimitero di Greyfriars, alla ricerca dei fantasmi, con la nebbia che scendeva suggestiva giù dai tetti e dai comignoli ad accarezzare pietre annerite dal tempo. Sono seguite mini fughe al parchetto dietro casa, con le api ronzanti, l’odore di barbecue improvvisato, note lontane e un dirigibile zeppelin su nel cielo. Poi sono andata a Liverpool, per visitare la mostra di Klimt. La città è tutta un fermento di gru e strutture di vetro e acciaio, che sorgono qua e là come funghi, per non parlare degli anonimi centri commerciali. All’Albert Dock ho appena fatto a tempo a vedere gli ultimi scampoli dell’Old Great Western Railway. Oltre alla secessione viennese, al sole inaspettato e alle prelibatezze di Philpotts, c’è stato anche tempo per una breve escursione musicale, da Billy Fury ai Beatles, da Echo & the Bunnymen agli Zutons, grazie alla mostra interattiva "The Beat Goes On", in programma ai World Museums. Il sole è tornato ad essere un lontano ricordo, e così non è rimasto altro che trovare consolazione al chiuso di cinema e gallerie, caffè e localini, remando in barchette surreali e pericolanti sul tetto allagato della Hayward Gallery, ritrovando spunti di me in pellicole turche e francesi, cercando calore nell’incontro con gli amici, aspettando che torni l’ispirazione perduta. 
londra, musica, mostre13 Jul 2008 9:49 pm

                                                  £5 or nothing

Perché Londra è la città più cara d’Europa, come si dice. Ma allora, se si è al verde o si fa economia, cosa significa? Che non ci si può divertire, che bisogna restare a casa a guardare la tivvù? Neanche per sogno! Londra offre tantissimo, anche a chi ha scarsi mezzi economici, basta saper cercare. Ad esempio, ci sono un sacco di gallerie private che hanno in programma mostre interessanti e possono regalare un’emozione, a costo zero, tipo le foto surreali stampate diasec di Etienne Clément, con i paesaggi suburbani da thriller e le geishe di plastica colorata. E poi, per sole £5, la musica, quella bella, di qualità, suonata in spazi intimi, pubblicizzata con passaparola, mailing list, volantini o sms di amici. Domenica, al Jamm di Brixton, le note del Seckou Keita Quartet, una felice collaborazione, che mescola assieme melodie e strumenti europei ed africani, tra cui la Kora, arpa-liuto dell’etnia Mandinka. Ieri sera, invece, ruvide note R&B al Cafè Crema di New Cross. I Congregation, un duo che sembra uscito dalle foto bianco e nero degli anni venti, e che ha appena pubblicato il suo primo album, hanno saputo entusiasmare con un live dai suoni furtivi e seducenti, condito dalla struggente presenza vocale di Victoria Yeulet.
 
CREDITS:
 
© Seckou Keita Quartet - Live @ Jamm, 06/07/2008 
http://www.seckoukeita.com/
 
© Etienne Clément - Green Geisha (Whitecross Gallery) 
http://www.etienneclement.com/pages/home_frame.htm
 
© Congregation - Live @ Cafè Crema 12/07/2008 
http://www.myspace.com/congregationband

londra, arte, diario, mostre28 Feb 2008 10:00 pm

jarman's cottage

Ultimamente, ho una vita frenetica, piuttosto stancante. Lavoro molto, perché l’arte appaga, ma non paga, e quindi bisogna provvedere alle bollette. Viceversa, dedico all’arte e al nutrimento del mio spirito ogni frazione di tempo libero che mi resta, tra un impegno e l’altro. Così, l’altroieri sono stata alla Serpentine Gallery per vedere la retrospettiva di Derek Jarman, curata da Isaac Julien. Julien è un artista e film-maker che stimo molto e ho avuto la fortuna di incontrare quando ero studente. Mi piacciono i suoi lavori, il modo in cui sa fondere pensieri, voci fuori campo, realtà dislocate, tra fiction e documentario. Nessuno meglio di lui poteva curare le opere di un artista tanto importante e pionieristico come Jarman. La mostra è davvero un’esperienza emotiva, per scoprire o riscoprire rari super-8, dipinti sperimentali e installazioni, attraverso una serie di ambienti ad immersione. Il tutto è tenuto assieme ed arricchito dagli interventi di Julien, come le foto scattate nel giardino del cottage di Dungeness o il film biografico "Derek", presentato qui per la prima volta. Dalle sensazioni amniotiche della Serpentine Gallery, alla luce di Hyde Park, il passo è breve, ma significativo. La morte e la vita, il passato e il presente, labili confini. Il sole che tramonta regala al parco e agli alberi ancora scheletrici delle tonalità da vecchia polaroid, rinnovando il senso di mistero e assenza vissuto poco prima. E oggi mi infilo nel London Review Cake Shop, il mio caffè preferito, per rilassarmi e scrivere. Vengo qui quando ho bisogno di leggere, creare, incontrare qualcuno davanti ad una tazza di tè. Nonostante le dimensioni ridotte, il locale, di solito, è tranquillo, specie in mezzo alla settimana. Qualche volta, però, capita che al tavolo di fianco si siedano due donne angle in carriera, con l’accento posh e l’entusiasmo isterico, tutto risatine e consonanti, gossips e questioni lavorativo-familiari. Figure un pò a metà tra i romanzi porcellane e crinoline di Jane Austen e certi film alla David Lean. Voci capaci di disturbare la quiete triste e pregnante di un breve incontro, per parafrasare, o la concentrazione di una mente fin troppo sollecitata (la mia). Donne che, devo dire, posso ringraziare per la produzione di questo post, e maledire per avermi impedito di recensire la mostra di Jarman. La deadline per l’articolo era oggi, ma per (s)fortuna quest’anno è bisestile…
 
© Photo: Isaac Julien, Derek 2008 - Courtesy of Norman Films & Serpentine Gallery 
se4, londra, arte2 Feb 2008 8:11 pm

L’arte di arrangiarsi: in SE4 ci sono un sacco di creativi…

se4, londra, diario, mostre20 Jan 2008 12:58 am
tarkovsky
 
"Une sorte de lien ombilical relie le corps de la chose photographiée à mon regard: la lumière, quoique impalpable, est bien ici un milieu charnel, une peau que je partage avec celui ou celle qui a été photographié…"         
Roland Barthes, “La Chambre claire: Note sur la photographie”
 
Un inizio dell’anno che si prospetta denso di incombenze e doveri, a volte impegnativi e logoranti, reso ancor più ostico dalle intemperanze climatiche (pioggia, sole e poi ancora vapori acquei misti a vento), nonché dai cronici ritardi dei treni. Tra un impegno e l’altro, e il frenetico correre per le vie della città (le pagine dell’agendina nuova già solcate da numeri e nomi e orari), c’è anche il tempo per rifugiarsi nella quiete amniotica di una galleria, fermarsi un attimo a respirare colori e sensazioni, il tutto senza pagare un pound, che per una delle città più care d’Europa non guasta.
Primo incontro magico, martedì scorso, con le Polaroid scattate da Andrej Tarkovskij, tra Russia e Italia. Una fila di immagini trasfigurate dalla luce e dal ricordo in una delle gallerie della chiesa sconsacrata di St. Peter, in Vere Street. Trasfuse di un dolore sordo che si fa assenza, le inquadrature di paesaggi, architetture, natura e oggetti narrano momenti fugaci, nostalgie evanescenti già catturate sapientemente dal grande regista nei suoi film. Come ebbe a dire Tonino Guerra, le foto di Tarkovskij “ci lasciano con una sensazione poetica e misteriosa, la malinconia che si prova nel vedere le cose per l’ultima volta”. 
Tutt’altro feeling, invece, ieri pomeriggio, quando, per ammazzare un’ora di tempo tra un impegno e l’altro, mi sono persa nel paranormale della mostra “Seeing is Believing”, alla Photographers’ Gallery.
Doppio registro: da un lato le invenzioni di artisti contemporanei, che utilizzano la fotografia come mezzo per esplorare e catturare l’insolito e i fenomeni soprannaturali; dall’altro, le foto vintage tratte dall’archivio di Harry Price, celebre parapsicologo britannico, che – oltretutto – studiò e condusse esperimenti e sedute spiritiche proprio qui, in SE4.
Price fondò il National Laboratory of Psychical Research (attivo dal 1925 al 1939) e anche un Ghost Club. La mostra londinese presenta un’interessante raccolta documentaria e le immagini di celebri casi seguiti dal più famoso ghost investigator d’Inghilterra, tra cui la infestatissima Rettoria di Borley, il Crawley Poltergeist e vari medium, tra cui Helen Duncan. 
Mancavano, però, elementi relativi agli esperimenti di telegrafia spaziale tra SE14 e SE4, in Hatcham e in Saint Peter, nonché il celebre caso del fantasma della fanciulla Rosalie, con molta probabilità verificatosi a Brockley l’8 dicembre del 1937.
 
seeing 
Links:
 
cinema, diario, mostre12 Jan 2008 11:41 pm
nibs
Per il nuovo anno niente inutili risoluzioni e propositi: mi condurrebbero solo nelle sabbie mobili del procrastinare, attività in cui, modestamente, so indulgere molto bene. Ho deciso di agire, per quanto possibile, secondo l’estro del momento, l’occasione da afferrare al volo, la to-do-list giornaliera, come il viaggiatore nel deserto mette un passo davanti all’altro, per raggiungere un’oasi di sosta e poi ripartire, e vento, sole e sabbia non lo sconfiggono.
Tre giorni fa ho comprato un quaderno di carta riciclata azzurrina e poi delle punte e degli inchiostri di china nuovi. Ho deciso di ricominciare ad usare il pennino in bachelite verde che comprai nella Ville Lumière, qualche anno fa.
Ieri sono andata al cinema Renoir a vedere la nuova (beh, almeno qui, lontano dal continente) pellicola di Jaques Rivette, "Ne touchez pas la Hache" (o "La duchessa di Langeais"). Un film ben riuscito, non solo grazie alla bravura dell’autore, ma anche al talento del cast, tra cui un figlio d’arte, Guillaume Depardieu, che niente ha da invidiare a suo padre.
Confesso di avere un debole per vestiti stile impero, indossati leggeri attraverso stanze dagli stucchi dorati, e conversazioni appropriate, recitate davanti ad un servizio di porcellana di Sèvres. Tuttavia, sono solita non fidarmi delle trasposizioni cinematografiche di romanzi che ho letto, perché, salvo rarissime eccezioni, tendono a deludermi. Eppure stavolta credo che anche il signor Balzac avrebbe approvato l’esperimento. Come è stato scritto su Le Monde, "’Ne touchez pas la Hache’ est un film brûlant sur l’amour douloureux, la passion qui aliène." Una passione di altri tempi, consumata tra ipocrisie e lusso, ma solo nel gioco di crudeli strategie mentali… Nemmeno lo sfiorarsi di due labbra in 137 minuti, eppure quanta suggestione e tormento in quei silenzi fatti di camere fisse e piani sequenza!
Ed ecco che oggi il cerchio si chiude, fuori programma, in un pomeriggio di sole inaspettato, con una mostra capace di stupire. "The Age of Enchantment", alla Dulwich Picture Gallery, segna il punto in cui gli artisti rinunciano alle restrizioni vittoriane per abbandonarsi ad una nuova estetica, dominata dal gusto per il fantastico. In uno dei più tumultuosi periodi della storia europea, la ricca società poteva permettersi di ignorare il caos e concedersi il lusso di raffinatezze esotiche, carte da parati dai racemi intricati, la monocromia delle illustrazioni di Beardsley e le ambientazioni oniriche di Edmund Dulac. Mondi infinitesimali, ricamati ad inchiostro nero india, fatti di bolle, petali, gemme e occhi di pavone, frammenti di stelle, donne fatali, creature infernali, favole e nursery rhymes. Miracoli di bellezza che solo la pazienza e un pennino intriso di china hanno saputo inventare.
artcine
londra, arte26 Nov 2007 12:03 am

Linley Sambourne House

Oggi pomeriggio io e la Chiarulli di Londinium ci siamo viste a High Street Kensington, ma non era nostra intenzione andare a fare lo shopping natalizio. Alle spalle del traffico e degli spintonamenti da consumisti della domenica, ci attendeva la pace aristocratica di una strada vittoriana e un appuntamento molto speciale con il passato. Al numero 18 di Stafford Terrace, dopo aver bussato al portone, siamo state accolte, assieme ad altri 5 o 6 curiosi come noi, da una gentile signora in costume ottocentesco, che, confidando nella nostra capacità di stare al gioco, ci ha introdotto in un viaggio speciale alla scoperta di una vera casa vittoriana, la dimora dell’illustratore e disegnatore satirico Edward Linley Sambourne.
Una casa estremamente affascinante, traboccante di cose belle, alcune un pò particolari ed eccentriche, come i posacenere ricavati da zoccoli equini, le foto delle modelle nude sulle pareti del bagno, la cui vasca in marmo era usata da Sambourne non solo per abluzioni gelide, ma anche per lavare le stampe fotografiche del nitrato d’argento in eccesso, la fontanella con le conchiglie, le felci e le piume di struzzo e i fili collegati ai campanelli della servitù penzolanti un pò dovunque. Ma ci sono anche miriadi di schizzi e disegni realizzati da Edward per le pagine di Punch, i libri illustrati, i vetri d’arte, le ceramiche italiane, i ricordi di famiglia, memorie di amici e conoscenti. Mentre si gira fra capolavori dell’Arts & Crafts e opulenze "fin de siècle", sembra davvero che cento anni siano stati solo un battito di ciglia: la realtà del presente è solo vagamente accennata dai vestiti moderni dei visitatori o dai lontani rumori post-industriali che giungono dalla strada.
Sambourne fu cartoonist  della rivista Punch dal 1867 al 1910, anno della sua morte, tuttavia si cimentò anche nell’illustrazione di libri per l’infanzia (famosi restano i suoi lavori per The Water Babies di Charles Kingsley e le Favole di Andersen) e nella fotografia amatoriale, di cui spesso si serviva come base per le sue illustrazioni umoristiche (dal 1893 entrò anche a far parte del Camera Club di Charing Cross). Linley Sambourne visse nella casa di Stafford Terrace per 36 anni assieme a sua moglie Marion e ai figli Roy e Maud. La coppia arredò gli interni secondo i dettami dell’allora in voga movimento estetico, capitanato da William Morris. A Morris vanno ascritti moltissimi particolari decorativi della casa, dalle carte da parati in stile floreale, famosa quella con i melograni, al tappeto a racemi che ricopre le scale.  La casa, che alla morte di Sambourne passò ai figli e poi alla nipote Anne Messel, fu mantenuta intatta nello stile e nei contenuti, a dispetto di mode, guerre mondiali e cambiamenti culturali. Nel 1957, Anne propose la costituzione della Victorian Society, per preservare e apprezzare lo stile dell’architettura e del design vittoriano ed eduardiano. In seguito, nel 1980, vendette la casa al Greater London Council, a condizione che la proprietà fosse gestita dalla Victorian Society come museo.

La casa è ora in possesso del Royal Borough of Kensington and Chelsea e si può visitare solo con tour guidato (nel weekend da attori in costume) per gruppi ristretti di visitatori, da marzo a dicembre. E’ consigliabile la prenotazione.

Info: http://www.rbkc.gov.uk/linleysambournehouse/

linley stamboune house - guided tour

© Photo: Linley Sambourne House/ The Hill

generale, arte, mostre22 Nov 2007 11:04 pm

Courtyard at the Rubenhuis

Questa è una storia a lieto fine, un buon esempio da seguire e un’occasione per passare un pò di tempo in mezzo a delle cose belle, lontani dalla pioggia e dal rumore, e, cosa che non guasta, senza pagare un penny.  Dopo secoli di oblio in cantine umide, oscuri ripostigli, angoli polverosi e mal frequentati, nonché sotterranei e depositi di musei di provincia, grazie a tre anni di ricerche e agli sforzi di 25 art detective, sono stati localizzati ben 8000 dipinti perduti. Otto di essi sono ora esposti alla National Gallery, in una mostra dal titolo: Discoveries: New Research into British Collections. Si tratta di icone medioevali, capolavori del Rinascimento, e meraviglie dell’Illuminismo, lavori di alta qualità artistica e grande importanza storica, finalmente salvati dal dimenticatoio e da secoli di indifferenza. Sarebbe bello se anche in Italia ci fossero i mezzi e la volontà di fare qualcosa di simile per tutti quei quadri sepolti nei depositi (che sono tantissimi), per tutti quei dipinti ignorati, trafugati, offesi dal tempo e dall’incuria, che magari si stanno scrostando lentamente in sale polverose e vuote…

Il progetto presentato alla National Gallery è stato avviato dall’Università di Glasgow e il Birkbeck College di Londra perché molti musei regionali in Gran Bretagna non dispongono di fondi sufficienti ad investigare le proprie collezioni. Inoltre, le ricerche effettuate in questi anni sono confluite in un database, The Visual Arts Data Service (VADS), che raccoglie circa 22000 opere della pittura Europea, realizzate tra il XIII e XX secolo. Uno dei pezzi forti in mostra a Londra è un olio del XVII secolo, proveniente dalle collezioni del Buckinghamshire County Museum, che raffigura la casa del pittore Rubens. L’incredibile storia di questo quadro, dipinto molto probabilmente dal fiammingo Anton Gunther Gheringh (1620–1668), risiede nel fatto che per molti anni era rimasto appeso alle pareti di un riformatorio e i detenuti lo avevano utilizzato nientemeno come bersaglio per freccette (!!!) riducendolo ad un colabrodo. Negli anni ‘80 il dipinto fu rinchiuso in un deposito del comune e là rimase fino alla recente riscoperta e al meticoloso restauro che lo ha riportato al suo originario splendore. Vale la pena riservargli una visita tra un impegno e l’altro, e poi, se vi spingete fino alla stanza 38, potrete anche ammirare una nuova acquisizione della Galleria, un quadro di Giovanni Paolo Panini raffigurante la piazza di Montecitorio nel 1743-4.

diario, mostre18 Nov 2007 1:56 am

sickert

Mi sono svegliata, fuori il cielo era grigio biancastro ed il prato era ricoperto di brina. 

A Somerset House hanno già montato la pista del ghiaccio e l’albero di natale. Siamo stati in giro a disegnare prospettive di colonnati e scaloni. Io assistevo l’insegnante, con matite, gomme da cancellare e suggerimenti. Non avevo mai lavorato prima con S. Un tipo buffo… Prendete la sagoma di Richard Ashcroft dei Verve e scecheratela con i lineamenti di Manu Chao. Poi calcategli in testa un berretto da pescatore di tonni e mettetegli dei jeans a vita bassa, molto bassa. Infine fategli uscire dalla bocca un idioma da inglese north of the river il cui mantra, ad ogni linea di matita ben eseguita, è "jolly good" ed otterrete un’idea del personaggio con cui ho passato 3 ore, circondata di bimbi e genitori, come nella favola del pifferaio magico. Bravo S., magari la prossima volta suggerirei un pò più di eye contact e qualche spiegazione supplementare, che non è che tutti sanno cos’è un punto di fuga.

Finito il workshop e tracannato un cappuccino brodaglia, già che c’ero, sono andata a vedere una piccola grande mostra al Courtauld Institute, dal titolo: "Walter Sickert – The Camden Town Nudes." Tra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900 Camden non era proprio la zona trendy dei nostri giorni, anche se la musica costituiva già l’attrazione principale e l’area pullulava di music halls, bar e teatrini. Vi abitavano per lo più attricette, prostitute, immigrati irlandesi, famiglie povere (persino il Bob Cratchit di Dickensiana memoria) e furfanti di varia natura. Questo sordido e vivace ambiente esercitava un certo fascino su gentiluomini a caccia di avventure o artisti in cerca d’ispirazione. Sickert fu un prolifico disegnatore, oltre che valente pittore. Le prostitute e i cabaret facevano parte del suo mondo e per un periodo ebbe un’atelier a Mornigton Crescent. Sickert dipingeva interni desolati e nudi caratterizzati da un crudo realismo, scandaloso e scomodo per l’epoca. Donne dai fianchi generosi, seni flaccidi, pose scomposte, prospettive sbilenche, povere cose disseminate in stanze dalle pareti annerite, la carta da parati a losanghe, un pitale sotto il letto e la luce fredda sui corpi inermi. Nel 1907 una giovane prostituta, Emily Dimmock, fu ritrovata morta, con la gola tagliata. Ancora vivido era nelle menti il ricordo di Jack The Ripper, e, come 19 anni prima, l’assassino di Emily non venne mai preso. Sickert si interessò al caso, e nacquero una serie di nudi, dall’impasto spesso, quasi fangoso, e dai titoli ambivalenti. Una Londra torbida, povera, fatta di nebbia, stracci e alcohol. Altro che il folklore delle bancarelle e le notti brave della Amy Winehouse!

Per restare in tema di alcohol, un mio collega festeggiava il compleanno in un pub scalcinato di Bloomsbury, la cui saletta al piano superiore altro non era che l’originale living-room dell’esercizio vittoriano. Un arredamento molto evocativo: tendaggi pesanti, poltrone spelacchiate, un caminetto con le mattonelle floreali e una pittura pesante alle pareti. Ci mancava solo un nudo in penombra, accasciato sul divanetto… Haha! Nel suddetto pub sono rimasta solo 2 ore, finché tutti erano ancora sobri, dato che alle feste angle si beve a raffica, ma non c’è mai niente da mangiare e bevendo a stomaco vuoto si sa come va a finire… 

londra, arte12 Nov 2007 10:32 pm

4thplinth

Nel 1841 il quarto plinto di una delle piazze più famose al mondo rimase vuoto, per mancanza di fondi. Progettato da Sir Charles Barry, il piedistallo avrebbe dovuto ospitare il monumento equestre di Guglielmo IV, che però non fu mai realizzato.  Trafalgar Square, la prima pubblica piazza di Londra, ha dunque da sempre celebrato le glorie militari dell’Impero Britannico, a partire dal simbolo da cui deriva il suo nome, quell’ammiraglio Nelson, vincitore a Trafalgar, che ancora oggi domina la città dalla cima della celebre colonna.  Tuttavia, il quarto plinto è sempre stato sguarnito, e nessun re, ammiraglio o generale vi ha mai dimorato. Un vero e proprio non finito architettonico. Finché, nel 1998, la Royal Society for the encouragement of Arts, Manufactures and Commerce, (RSA) non ha deciso di dar vita ad un progetto di riablitazione del plinto rimasto vuoto, commissionando tre opere da esporre temporaneamente nell’arco di tre anni [Ecce Homo di Mark Wallinger (1999), Regardless of History di Bill Woodrow (2000)  e Monument di Rachel Whiteread (2001)]. Successivamente, il governo ha deciso di proseguire con il progetto, stabilendo un’apposita commissione, in modo da destinare il quarto plinto ad una continua esposizione di opere d’arte contemporanea, con cambiamenti biennali. Nel 2005, la scelta di riservare un angolo della piazza alla bianca scultura di Marc Quinn, realizzata in marmo di Pietrasanta, e raffigurante l’artista focomelica Alison Lapper incinta, aveva suscitato molto scalpore. Quinn aveva detto di aver scelto di ritrarre la sua amica Alison perché le persone disabili non sono sufficientemente rappresentate in termini artistici. La Disability Right Commission aveva definito l’opera potente e ammirevole, mentre un critico l’aveva bocciata come piuttosto brutta. Nello spazio di due anni le polemiche si erano andate sopendo e le forme candide e rotondeggianti della Lapper erano ormai parte del panorama della piazza. Allo scadere del tempo concesso, è giunto il momento di cambiare scultura. La commissione ha scelto un’opera geometrizzante, di vetro colorato, creata dallo scultore tedesco Thomas Schutte e intitolata "Modello per un Hotel 2007". La scultura, inaugurata il 7 novembre, è alta cinque metri, pesa otto tonnellate, è costata £270,000 ed il vetro con cui è realizzata sarà capace di resistere alle intemperie del clima londinese, nonché, si spera, alle ingiurie dei piccioni. Di sicuro, rappresenta una piccola ventata di novità e colore nella generale monocromia della piazza. Moltissime persone, però, non sono contente del policromo modello di albergo a 21 piani, e hanno affermato di preferire la statua precedente. C’è anche chi si domanda quale arte possa celare il progetto in vetro di un edificio non esistente. Nella vivace dicotomia tra vecchio e nuovo, anche questa è Londra.
by moya