east08
Mi lascio alle spalle una Pasqua speciale e anche un pò surreale. 
Non sono andata in vacanza (al contrario, ho lavorato), non ho consumato colombe, pastiere e affini, non ho fatto gitarelle fuori porta, tuttavia le sorprese non sono mancate.
Come recarsi alla Tate Modern, di prima mattina, con il sole e il vento tagliente, per seguire ancora le crepe infinite sul pavimento della Turbine Hall e intraprendere un viaggio giocoso tra provocazioni dadaiste, rayografie e macchine inutili. E poi perdersi nelle vie ignote, tra Victoria e Westminster, tra un pub con la musica jazz e la grandine che viene giù, a sorprendere amanti senza ombrello e turisti sprovveduti. E dopo notti insonni, contemplare vetrine vuote, allestimenti bizzarri, che nessuno si ferma a guardare, o camminare felici sotto la neve che fiocca inaspettata di mattina, ristorandosi un pò al pallido sole del pomeriggio, mentre Italiani e Spagnoli gesticolano nei caffè.
L’ultimo album degli Editors, così bello e triste, che sa di cose perdute o che si perderanno, di rivelazioni ovvie e fragili, fa da colonna sonora alle mie peregrinazioni londinesi, accompagna la mia anima che, senza conoscere la destinazione, ma solo il viaggio, si rinnova tra vecchi e nuovi scenari, come quel pub poetico e nascosto in Windmill Walk, con le foto di Oscar Wilde e le conversazioni serie, i percorsi labirintini alla National Gallery, gli sguardi effimeri dei passanti o i giardini di Bloomsbury sferzati dalla pioggia e dal silenzio.