blog di arte, cultura e tutto quello che (mi) capita a Londra




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generale, terra angla, diario25 Jan 2008 11:42 pm
blues
 
Questa, secondo gli psicologi, è la settimana più triste dell’anno, quella in cui ci si sente più infelici e scontenti.
Le feste e le luci natalizie sono ormai dimenticate, le risoluzioni per il nuovo anno miseramente naufragate, e ci si ritrova con le tasche vuote, mentre lo stress lavorativo mal si sopporta. A ciò aggiungiamoci pure gli andamenti non proprio eccellenti dei mercati finanziari, la pioggia, i virus influenzali, i governi che cadono… e l’amarissimo cocktail è ben riuscito.
Gli angli chiamano la depressione tipica del periodo "Mid January Blues" e, all’Università di Cardiff, eminenti luminari hanno addirittura definito una formula matematica per dare scientificità al sintomo:
 
[W + (D-d)] * TQ
______________
M * NA

- Laddove, W sta per Weather (clima), D per Debt (debito), d è il "money DUE in January pay" (ergo, lo stipendio a fine mese – notare che è minuscolo), T rappresenta il TIME (la distanza temporale dal Natale), M sta per MOTIVATIONAL LEVEL (lo stato emotivo) e NA per NECESSITY for ACTION (la necessità di agire). Q indica invece il "Time since failed QUIT attempt" (insomma, è il fattore fallimento, purtroppo sempre in agguato, specie nell’ambito dei propositi per l’anno nuovo).
 
A me gennaio non è che dispiaccia poi così tanto.
Innanzitutto la città torna ad offrirsi libera dalla frenesia e dalla confusione delle feste. Dovunque si vada, ci si può muovere liberamente e nei caffè, nei locali e nei cinema si trova un posto a sedere. Si, è vero, si sente nell’aria questo clima di malinconia, e si cammina di fretta lungo strade semi-vuote, percorrendo il grigiore dei marciapiedi senza neanche il conforto effimero di italici coriandoli o quel profumo struggente di frittura e zucchero, tipico delle frappe e castagnole (qui in anglia il Carnevale non esiste).
E però, se la routine quotidiana è sempre quella, è bello viaggiare con la fantasia o esplorare mondi paralleli.
Gli intricati ricami della giacca della signora che ci sta davanti in metropolitana si fondono mirabilmente alle note psichedeliche, selezionate random dal lettore mp3; i due francesi, appena “sbarcati” dall’Eurostar, che criticano stupefatti e gesticolanti le brodaglie di Starbàcs, fanno da sottofondo perfetto alle pagine del bel libro di Raymond Queneau; spesso, verso le quattro, il freddo cielo londinese si tinge di delicate striature rosa e i rami scheletrici degli alberi ci disegnano su infiniti arabeschi, dove è bello perdersi, mentre una gazza solitaria, dall’alto, se la ride, di noi e delle depressioni di metà gennaio.
se4, londra, diario, mostre20 Jan 2008 12:58 am
tarkovsky
 
"Une sorte de lien ombilical relie le corps de la chose photographiée à mon regard: la lumière, quoique impalpable, est bien ici un milieu charnel, une peau que je partage avec celui ou celle qui a été photographié…"         
Roland Barthes, “La Chambre claire: Note sur la photographie”
 
Un inizio dell’anno che si prospetta denso di incombenze e doveri, a volte impegnativi e logoranti, reso ancor più ostico dalle intemperanze climatiche (pioggia, sole e poi ancora vapori acquei misti a vento), nonché dai cronici ritardi dei treni. Tra un impegno e l’altro, e il frenetico correre per le vie della città (le pagine dell’agendina nuova già solcate da numeri e nomi e orari), c’è anche il tempo per rifugiarsi nella quiete amniotica di una galleria, fermarsi un attimo a respirare colori e sensazioni, il tutto senza pagare un pound, che per una delle città più care d’Europa non guasta.
Primo incontro magico, martedì scorso, con le Polaroid scattate da Andrej Tarkovskij, tra Russia e Italia. Una fila di immagini trasfigurate dalla luce e dal ricordo in una delle gallerie della chiesa sconsacrata di St. Peter, in Vere Street. Trasfuse di un dolore sordo che si fa assenza, le inquadrature di paesaggi, architetture, natura e oggetti narrano momenti fugaci, nostalgie evanescenti già catturate sapientemente dal grande regista nei suoi film. Come ebbe a dire Tonino Guerra, le foto di Tarkovskij “ci lasciano con una sensazione poetica e misteriosa, la malinconia che si prova nel vedere le cose per l’ultima volta”. 
Tutt’altro feeling, invece, ieri pomeriggio, quando, per ammazzare un’ora di tempo tra un impegno e l’altro, mi sono persa nel paranormale della mostra “Seeing is Believing”, alla Photographers’ Gallery.
Doppio registro: da un lato le invenzioni di artisti contemporanei, che utilizzano la fotografia come mezzo per esplorare e catturare l’insolito e i fenomeni soprannaturali; dall’altro, le foto vintage tratte dall’archivio di Harry Price, celebre parapsicologo britannico, che – oltretutto – studiò e condusse esperimenti e sedute spiritiche proprio qui, in SE4.
Price fondò il National Laboratory of Psychical Research (attivo dal 1925 al 1939) e anche un Ghost Club. La mostra londinese presenta un’interessante raccolta documentaria e le immagini di celebri casi seguiti dal più famoso ghost investigator d’Inghilterra, tra cui la infestatissima Rettoria di Borley, il Crawley Poltergeist e vari medium, tra cui Helen Duncan. 
Mancavano, però, elementi relativi agli esperimenti di telegrafia spaziale tra SE14 e SE4, in Hatcham e in Saint Peter, nonché il celebre caso del fantasma della fanciulla Rosalie, con molta probabilità verificatosi a Brockley l’8 dicembre del 1937.
 
seeing 
Links:
 
cinema, diario, mostre12 Jan 2008 11:41 pm
nibs
Per il nuovo anno niente inutili risoluzioni e propositi: mi condurrebbero solo nelle sabbie mobili del procrastinare, attività in cui, modestamente, so indulgere molto bene. Ho deciso di agire, per quanto possibile, secondo l’estro del momento, l’occasione da afferrare al volo, la to-do-list giornaliera, come il viaggiatore nel deserto mette un passo davanti all’altro, per raggiungere un’oasi di sosta e poi ripartire, e vento, sole e sabbia non lo sconfiggono.
Tre giorni fa ho comprato un quaderno di carta riciclata azzurrina e poi delle punte e degli inchiostri di china nuovi. Ho deciso di ricominciare ad usare il pennino in bachelite verde che comprai nella Ville Lumière, qualche anno fa.
Ieri sono andata al cinema Renoir a vedere la nuova (beh, almeno qui, lontano dal continente) pellicola di Jaques Rivette, "Ne touchez pas la Hache" (o "La duchessa di Langeais"). Un film ben riuscito, non solo grazie alla bravura dell’autore, ma anche al talento del cast, tra cui un figlio d’arte, Guillaume Depardieu, che niente ha da invidiare a suo padre.
Confesso di avere un debole per vestiti stile impero, indossati leggeri attraverso stanze dagli stucchi dorati, e conversazioni appropriate, recitate davanti ad un servizio di porcellana di Sèvres. Tuttavia, sono solita non fidarmi delle trasposizioni cinematografiche di romanzi che ho letto, perché, salvo rarissime eccezioni, tendono a deludermi. Eppure stavolta credo che anche il signor Balzac avrebbe approvato l’esperimento. Come è stato scritto su Le Monde, "’Ne touchez pas la Hache’ est un film brûlant sur l’amour douloureux, la passion qui aliène." Una passione di altri tempi, consumata tra ipocrisie e lusso, ma solo nel gioco di crudeli strategie mentali… Nemmeno lo sfiorarsi di due labbra in 137 minuti, eppure quanta suggestione e tormento in quei silenzi fatti di camere fisse e piani sequenza!
Ed ecco che oggi il cerchio si chiude, fuori programma, in un pomeriggio di sole inaspettato, con una mostra capace di stupire. "The Age of Enchantment", alla Dulwich Picture Gallery, segna il punto in cui gli artisti rinunciano alle restrizioni vittoriane per abbandonarsi ad una nuova estetica, dominata dal gusto per il fantastico. In uno dei più tumultuosi periodi della storia europea, la ricca società poteva permettersi di ignorare il caos e concedersi il lusso di raffinatezze esotiche, carte da parati dai racemi intricati, la monocromia delle illustrazioni di Beardsley e le ambientazioni oniriche di Edmund Dulac. Mondi infinitesimali, ricamati ad inchiostro nero india, fatti di bolle, petali, gemme e occhi di pavone, frammenti di stelle, donne fatali, creature infernali, favole e nursery rhymes. Miracoli di bellezza che solo la pazienza e un pennino intriso di china hanno saputo inventare.
artcine
terra angla, itaglia8 Jan 2008 6:24 pm
italian latin lover"Pity us poor Italian men" said Andrea, my barber in Rome, as he gave me my new year haircut. The other customers nodded. “Listen,” said one as he leafed through Corriere dello Sport and waited his turn “We are all men here, I can be frank. Our women have become independent-minded, they all go out to work, they don’t cook so much any more, we have to look after ourselves. We are second-class citizens."  
 
In una grigia, piovosa, malinconica giornata di gennaio, almeno la rassegna stampa britannica offre delle "chicche" esilaranti, come l’articolo di Richard Owen apparso su The Times online (e prontamente tradotto di rimbalzo dal Corriere della Sera, con qualche taglio fuorviante) sulla crisi del maschio italico. La parte migliore, comunque, sono i commenti dei lettori in calce al pezzo e quell’antica diatriba "Italian latin-lover" vs. "inhibited British" che, come tutte le leggende e gli stereotipi, è dura a morire. 
E poi, come se non bastasse, c’è addirittura un test per le signore, dal titolo: "How Italian is your man?" emoticon
generale, ricette6 Jan 2008 12:47 am

12th night

E’ una notte un pò speciale questa, la dodicesima notte dal Natale, che, a seconda delle latitudini, porta dolci, doni, ultime occasioni di festa, tre re magi venuti da lontano a seguire una stella e strane vecchie volanti…
Se da noi si dice che l’Epifania "tutte le feste porta via", beh, in terra angla pare che per la 12th night, tutti gli addobbi natalizi debbano sparire dalla casa, pena una cattiva sorte o l’obbligo di tenersi l’albero e tutto il resto fino al Natale successivo!
In molte parti dell’Italia una calza penzola dal camino (o dal termosifone), in attesa di essere riempita di dolci o carbone da una vecchia brutta, ma buona, personificazione della Befanìa, cioè della festa stessa.
In Inghilterra, da ancor prima che il bardo Shakespeare scrivesse la sua commedia, “Twelfth Night, or What You Will“, la dodicesima notte segna la fine delle celebrazioni invernali e rappresenta un momento speciale, in cui l’ordine del mondo viene sovvertito. All’inizio di questa notte si usava mangiare una torta, con dentro un fagiolo secco. Chi lo avesse trovato poteva diventare The Lord of Misrule, il re della festa, e poteva comandare su tutti gli altri a suo piacimento, ma solo fino a mezzanotte, ora in cui il mondo sarebbe ritornato normale, con le sue regole e gerarchie.
Questa usanza ha radici pre-cristiane, romane. Infatti, dal 17 al 23 dicembre, nell’antica Roma, si celebravano i Saturnalia, feste in cui l’ordine sociale era sovvertito e ci si scambiava dei doni, tra cui, ovviamente, dei dolci.
La Torta del Re, sebbene sia un’invenzione della Francia medievale, ha dunque radici antiche. Sembra addirittura che la ricetta tradisca origini arabe. E’ conosciuta non solo in Inghilterra come 12th night cake, ma anche in Spagna come Rosóa de Reyes, e in Potogallo con il nome di Bolo Rei.
 
12th night cake
12th night cake
 
Ingredienti: 750g di farina, 30g di lievito di birra, 150g di burro, 150g di zucchero, 150g di frutta secca sminuzzata, 150g di canditi, 4 uova, la bucca grattugiata di 1 limone e di 1 arancia, 100ml di Porto, una presa di sale.
 
Procedimento: Mescolare la frutta candita e quella secca col Porto e lasciare riposare per qualche ora. Sciogliere il lievito in 100ml di acqua tiepida alla quale è stato aggiunto un pò di zucchero. Aggiungere 180g di farina, mescolare bene, poi far lievitare al caldo per 15 minuti. Nel frattempo, mescolare in una terrina il burro, lo zucchero rimasto e le scorze di  limone ed arancia. Aggiungere le uova, una alla volta, il lievito, la farina e il sale, mescolando il tutto  fino ad ottenere una pasta liscia ed elastica. Aggiungere la frutta macerata nel porto, formare una palla e lasciare lievitare in un panno per circa 5 ore (dovrebbe raddoppiare di volume).Stendere la pasta e porre in una teglia. Cuocere il tutto in forno caldo, a 180°, per 40 minuti.
by moya