blog di arte, cultura e tutto quello che (mi) capita a Londra




blog di arte, cultura e tutto quello che (mi) capita a Londra

generale, londra, terra angla9 Jan 2010 12:05 pm

snow_london

© "Hungerford Bridge - 06/01/2010" 
 
Gli inglesi lo chiamano The Big Freeze, con un misto di eccitazione e timore. Da prima di Natale una coltre di gelo, neve e ghiaccio si è adagiata sulle Isole Britanniche, stringendole sempre più in una morsa da cui, sembra, sia difficile uscire, a dispetto delle tonnellate di sale gettate sulle strade e della caparbietà degli abitanti.
Il grande freddo non ha risparmiato nemmeno Londra. Nel giorno dell’Epifania la neve ha coperto la città con un soffice manto, ben presto tramutatosi in infido ghiaccio. Tutto questo ha ovviamente avuto pesanti ripercussioni sui servizi. Trasporti nel caos, scuole chiuse, tubature dell’acqua messe a dura prova, chiusure anticipate di negozi e attrazioni turistiche. E già su giornali e tv fioccano preoccupanti bollettini, tra le riserve di salgemma che cominciano a scarseggiare, le tragiche casualità che purtroppo si sono verificate, l’allarme per l’economia. Molti pendolari non sono riusciti a raggiungere i luoghi di lavoro, ma, al contrario di quanto verificatosi lo scorso anno, le aziende hanno stavolta deciso di non pagare la giornata. Questo ha scatenato molte polemiche, con i sindacati in prima linea a difendere i diritti degli impiegati. Al momento è stato suggerito ai datori di lavoro di inserire una clausola nei contratti per gestire le assenze dovute a maltempo e, nel frattempo, regolarsi con flessibilità, a seconda dei casi. L’assenteismo dovuto alla neve ha di sicuro creato perdite finanziarie a piccole, medie e grandi imprese. L’assicurazione Royal & Sun Alliance, basandosi sui dati di precedenti catastrofi climatiche, ha stimato i costi giornalieri a 690 milioni di sterline.
londra, cinema, mostre3 Jan 2010 7:22 pm


In questo freddo inizio di gennaio londinese, allietato da un sole inaspettato, e costellato, non tanto di concreti propositi per l’anno nuovo, quanto di speranze, mi piacerebbe suggerirvi un piccolo gioiello di arte surrealista, che potete ammirare gratuitamente fino al 31 gennaio nel mezzanine del BFI a Southbank. 
Per celebrare l’uscita dell’edizione restaurata della celebre pellicola di Powell and Pressburger, "The Red Shoes" [Scarpette Rosse], girata nel 1948, viene proiettato non-stop un breve film di animazione, in cui 130 suggestivi dipinti a olio, realizzati da Hein Heckroth, e montati in sequenza, richiamano la famosa scena del balletto, che nel film occupa ben 17 minuti. 
Heckroth, formatosi alla Bauhaus, era emigrato in Inghilterra negli anni ‘30 e qui aveva proseguito un’eccellente carriera come disegnatore di scene e costumi per teatro e cinema, collaborando anche ai bozzetti per due altri film di Powell e Pressburger, "A Matter of Life and Death" [Scala al Paradiso] e "The Black Narcissus" [Narciso Nero], entrambi girati nel 1946. Tuttavia, per "The Red Shoes" Heckroth fu nominato da Powell come disegnatore dell’intera produzione del film, il che significa che l’artista tedesco fu unico responsabile dell’ideazione visiva, inclusi i titoli, e perciò realizzò un numero infinito di schizzi e disegni, di cui ben 600 solo per il balletto. La sua vena surrealista e romantica seppe dare al film una grande atmosfera, realizzata spesso in economia e con un uso espressionistico dei colori. Per le scenografie del balletto ricorse all’impiego di materiali diversi, come cartapesta, chiffon e cellophane. Questo lavoro in grande scala non aveva precedenti e fu premiato con un Oscar alla scenografia.
"The Red Shoes" è anche uno dei film preferiti di Martin Scorsese, il quale ha avuto la chance di conoscere personalmente Powell e Pressburger e ha collezionato molte memorabilia nel tempo. Alcuni di questi tesori sono stati prestati dal regista al BFI, per allestire una piccola mostra, al piano superiore. Fino alla fine del mese si possono ammirare locandine originali, sceneggiature, lettere, fotografie e anche le famose scarpette rosse utilizzate nel film, firmate sul retro dagli attori protagonisti: Moira Shearer, Anton Walbrook, Robert Helpmann e Leonid Massine. 
se4, arte, teatro14 Dec 2009 3:11 pm

xmas se4

© Tea Leaf Arts 2009

Nonostante la crisi, Londra ci tiene alle sue vetrine addobbate e alle strade illuminate. Però io stavolta non mi soffermerò sulle luminarie di Regent Street o sugli innumerevoli eventi che animano la City. Resto invece in SE4, che di anno in anno si fa più propositiva, grazie alle iniziative di gruppi, artisti e privati.Innanzitutto un’idea originale. Un calendario dell’avvento da scoprire giorno per giorno nelle strade del quartiere. Il progetto, a cura della cooperativa Tea-Leaf Arts, utilizzerà le vetrine di diversi esercizi commerciali di SE4 come display per opere d’arte realizzate sul tema del regalo. Ogni giorno, fino a Natale, ci sarà dunque una nuovo tassello da scoprire e tutte le opere site-specific resteranno in visione fino al 5 gennaio 2010. L’ultima vetrina dell’Avvento, il 24 dicembre, sarà quella della galleria stessa, e saranno offerti mulled wine e mince pies, dalle 14 alle 17. 
Fino al 3 gennaio è in cartellone al Brockley Jack Theatre una meravigliosa versione di "A Christmas Carol" di Charles Dickens.
Adattata per il teatro da Neil Bartlett e diretta da Kate Bannister, la produzione si avvale di un cast di validi attori, tra cui un convincente Toby Eddington nella parte dell’odioso Ebenezer Scrooge. Per circa due ore sarete catapultati nella Londra vittoriana e riuscirete a carpirne ogni sfumatura, dalle fioche luci delle lampade a gas ai vapori del Christmas pudding. Per questa produzione vale di sicuro la pena lasciare le vie rutilanti del West End e fare un salto al sud del fiume. Il teatro fa parte dell’omonimo pub, dove potrete cenare prima dello spettacolo o semplicemente bere una pinta. 
 
TEA LEAF ARTS - http://www.tea-leaf-arts.com/Tea_Leaf_Arts/Home.html
 
THE BROCKLEY JACK THEATRE - http://www.brockleyjack.co.uk/brockley_jack_theatre_now_showing.htm  
londra, terra angla, arte2 Dec 2009 11:53 pm
keats
 
Fa sempre piacere avventurarsi in Hampstead Heath, con il suo parco e le file di casette vittoriane dai giardini impeccabili. E’ un posto che ha ispirato molti prima di me. John Constable abitava in Well Walk e dipinse spesso i grovigli di nuvole che si inseguivano nei cieli dell’Heath; Marx veniva qui tutte le domeniche con la famiglia e l’amico Engels per fare dei pic-nic, una salutare scarpinata che permetteva ai polmoni di rimettersi dai fumi della città e dal fumo dei sigari di Karl; sembra anche che Clive Staples Lewis, mentre annaspava nella neve del parco, in una giornata di rigido inverno, avesse avuto un’idea folgorante per cominciare a scrivere le sue Cronache di Narnia. Tuttavia, vi fu un celebre abitante della zona, quando questa era ancora un semplice villaggio fuori Londra, il quale seppe trovare nella drammatica bellezza della natura e nella quiete pittoresca del giardino di casa, non solo la necessaria ispirazione creativa, ma anche l’amore.  Stiamo parlando del poeta John Keats, la cui breve vita si spense, ahimé, lontano da questi luoghi e dalle braccia dell’amata, tra le volute barocche e i cieli di Piazza di Spagna, e i cui resti mortali riposano ancora sotto nodosi cipressi, al limitare della Piramide Cestia.  
Colui "il cui nome è scritto sull’acqua" è il prototipo dell’artista romantico, affascinante, povero, idealista, di fragile costituzione, destinato a morire giovane, bruciato dalla malattia e ancor più dalla passione. Però restano immortali i suoi versi, quell’Ode all’Urna Greca, che, forse, fu ispirata dal rilievo di una giumenta, ancora muggente al cielo, nelle sale del Museo Britannico, o quella ancor più celebre, dedicata all’Usignolo, che ai tempi gorgheggiava ignaro, nel giardino al limitare oscuro del parco di Hampstead Heath.Oltre ai versi immortali, e a generazioni di usignoli successive, in Keats Grove resta ancora tangibile e gradevole nel suo aspetto, quasi inalterato, la casa dove il poeta abitò, tra il 1818 e il 1820. 
L’edificio si chiamava Wentworth Place e originariamente era composto di due case gemelle, circondate da uno stesso giardino. Una di queste case era abitata dalla famiglia Brawne, l’altra dall’amico di Keats, Charles Armitage Brown. I due anni che Keats passò qui, come ospite, furono prolifici sia dal punto di vista creativo, sia da quello sentimentale, dato che il giovane finì per innamorarsi della fanciulla vicina di casa, Fanny Brawne. Il fidanzamento, inizialmente osteggiato per motivi economici, fu minato prima dalla malattia del poeta e poi interrotto bruscamente dalla sua morte. 
La casa è stata recentemente riaperta al pubblico, dopo un restauro finanziato dal comune e dalla Heritage Lottery Fund e costato quasi 500 mila sterline. Keats House non è solo un museo, ma un luogo vivo, animato da eventi ed iniziative culturali, incluso un Poetry Appreciation Group, che qui si incontra regolarmente. Il biglietto di ingresso costa 5 sterline, è valido per un anno dalla data di emissione, e vi permetterà di aggirarvi nelle stanze, ancora piene degli arredi e delle atmosfere care al poeta, osservare cimeli (lettere, poesie, l’anello di fidanzamento di Fanny, la maschera funeraria di John…) e, al momento, anche alcuni costumi originali dal set di Bright Star, il film di Jane Campion, ispirato alla storia d’amore tra il poeta e la Brawne, uscito nelle sale angle il 6 novembre scorso. 
 
Info: http://www.keatshouse.cityoflondon.gov.uk/ 
terra angla, libri25 Nov 2009 9:34 am

darwin

Chi di voi tiene un numero dell’intramontabile Topolino o magari la Settimana Enigmistica o, perché no, qualcosa di più colto e voluminoso in bagno? Nessun tabù, nulla di cui vergognarsi. E’ risaputo, infatti, che se gli italiani non sono proprio dei gran lettori, gran parte di essi possiede qualcosa da leggere per armonizzare mente ed esigenze fisiologiche, soprattutto fumetti, riviste e racconti brevi… 
E gli angli? 
A quanto pare, anche loro sono dediti allo stesso tipo di "hobby", tanto è vero che è di questi giorni la sensazionale notizia che oggi vi riporto. Nel bagno degli ospiti di una dimora di campagna dell’Oxfordshire, da circa quarant’anni, faceva bella mostra di sé una copia de "L’origine delle specie" di Charles Darwin, acquistata in un mercatino di rigattiere per pochi scellini. Non sappiamo quanti ospiti si siano avventurati tra le sue pagine, ma che il libro fosse là era noto a tutti, amici e familiari. Proprio il genero del proprietario, mentre visitava una delle tante mostre organizzate per celebrare il centenario della celebre teoria scientifica, ha notato l’assoluta somiglianza tra un raro volume in esposizione e il libercolo nel bagno. Una stima d’antiquario ha dunque rivelato che il volume utilizzato per armonizzare le funzioni del corpo era niente meno che una rara edizione del 1859 (solo 1.250 copie furono stampate in quell’anno), valore minimo 35.000 sterline. Il volume salvato dal gabinetto, con la copertina dai caratteri incisi in oro e il titolo "On the Origin of Species by Means of Natural Selection", sarà messo all’asta da Christie’s in occasione dei 150 anni dalla sua pubblicazione. Nelle note di corredo alla preziosa opera scientifica, la casa d’aste ha precisato "copertina lievemente rigonfia agli angoli". 
Nel frattempo, English Heritage, che ha in cura la casa di Darwin (Down House) ha pubblicato un appello per il ritrovamento di uno dei taccuini di appunti che il giovane scienziato aveva portato con sé dalla sua spedizione nelle isole Galapagos e che fu rubato presumibilmente tra la fine degli anni ‘70 e l’inizio degli anni ‘80. I 15 taccuini saranno messi on line da English Heritage per celebrare i 150 della teoria evoluzionistica. 
londra, terra angla, libri, credit crunch & recessione20 Nov 2009 3:38 pm

BL

Nell’immaginario collettivo la parola ‘biblioteca’ fa venire in mente un posto chiuso, pervaso da un caratteristico odore di polvere, carta macera e pergamena, pieno di libri e gente china su di essi in religioso silenzio; un qualcosa di dislocato dalla vita di tutti i giorni, un luogo della tradizione, riservato a pochi, anche se aperto a tutti. Ma le cose cambiano, si parla ormai del concetto di biblioteca post-moderna, dove all’utente son concessi nuovi stimoli e servizi come prestito di materiali audiovisivi, spazi culturali con iniziative di vario genere, uso di computer, internet e documenti informatici, nonché personale disponibile ad insegnare l’uso dell’archivio a chi non ne ha dimestichezza. 
Non so come sia la situazione italica al momento, ricordo che quanto sopra era sicuramente valido per la biblioteca di quartiere nella mia città natale, dove andavo a studiare e leggere con piacere, ma se ora mi stendessi sul lettino dello psicoanalista e Sigmund pronunciasse la parola “BIBLIOTECA NAZIONALE” avrei i sudori freddi e mi aggrapperei al sofà in preda all’ansia. Io spero tanto che, anche in quell’ambito, qualcosa sia cambiato, lo spero soprattutto per i poveri studenti e studiosi che ci devono sudare sangue… anche se, le ultime notizie ufficiali (gennaio 2009) parlavano di disservizi, personale ridotto, decremento dei volontari del servizio civile e prestito pomeridiano sospeso. Ai tempi della tesi, andarvi a fare ricerche equivaleva ad un viaggio dantesco nei gironi delle lungaggini e della burocrazia, nonché quotidiana esposizione all’amianto (bonificato solo a 3 mesi dalla mia laurea, con i disservizi che potete immaginare)… 
Poi, son venuta qui, in terra angla, e, studiando per il Master, mi si è aperto un mondo: bellissime biblioteche post-moderne, con film, computer nuovi, scanner, stampanti, corsi di lingue, laboratori, prestiti possibili. Non importa se si è studiosi o no, qui è pratica assai comune andare in biblioteca per usare internet, prendere libri in prestito, far giocare i bambini, partecipare a dibattiti. C’è però una biblioteca angla, anzi LA biblioteca per eccellenza, che ha vinto il mio cuore e mi sta curando dal trauma di gioventù. La BRITISH LIBRARY, in quel di Euston, è il mio rifugio dai mali dell’inverno, pioggia, buio, stanchezza e povertà.
Ci vado spesso, tanto che ormai gli steward alla porta mi riconoscono senza batter ciglio (haha). Mi aggiro qua e là in questo edificio modernissimo (la biblioteca originale faceva parte fino a una decina di anni fa del British Museum, dove ancora restano gli spazi della Reading Room e della Kings Library) e vedo studenti e studiosi col laptop e la cup of tea. Sono così sereni da suscitare invidia, loro forse non sanno niente di lungaggini e decrementi del personale e libri spariti chissà dove.
Vado alla British Library e mi vedo gratis "I Tesori", in una galleria aperta gratuitamente al pubblico, dove ci sono opere e documenti imperdibili, tra cui la preziosissima copia in greco onciale della Bibbia (codex sinaiticum – IV secolo d.C.), dei bellissimi evangeliari miniati (famoso quello di Lindisfarne – IX secolo d.C), la Magna Carta, l’unica copia manoscritta del Beowulf, il Sutra del Diamante (il più antico libro a stampa del mondo), il diapason di Beethoven, l’atto di nozze di Mozart, le lettere di Jane Austen e le canzoni autografe dei Beatles. 
Ci sono poi mostre temporanee su vari argomenti. Ad esempio, al momento in cui scrivo, ce n’è una, totalmente gratuita e di grande interesse, sulla fotografia del XIX secolo, dal titolo “Points of View” (http://www.bl.uk/pointsofview/).
Ma ci si può altrettanto immergere in percorsi sonori, organizzati per tema, dove si può ascoltare di tutto, dalla voce di Florence Nightingale (The Sound and the Fury: The Power of Public Speaking) agli album di Jimi Hendrix (1968 on Record: a Year of Revolution). Per accedere alle sale di lettura basta un pass di accesso che viene rilasciato con facilità (basta esibire un documento di riconoscimento), e non bisogna essere laureandi o laureati. Ognuno ha diritto a studiare e fare ricerche. 
A me, quello che stupisce ogni volta che mi siedo a bere un caffè, è la torre d’oro con tutti i volumi, i manoscritti e le mappe provenienti dalla King’s Library. Un monumento all’amore per il sapere.
king's
londra13 Nov 2009 4:56 pm
© "Mudlark Findings" by David Kelly 
 
Un Mudlark è qualcuno che scandaglia nelle rive fangose di un fiume o di un porto in cerca di oggetti di un qualsivoglia valore. Il termine fu coniato nel diciottesimo secolo, in senso dispregiativo, ad indicare quei disperati che, durante la Rivoluzione Industriale, approfittavano delle basse maree per raccattare tutto ciò che poteva tornare utile o da cui trarre profitto. Celeberrimi poi i mudlarks della Londra vittoriana, bambini spesso orfani, costretti a cercare rifiuti riutilizzabili nelle fredde melme del Tamigi. Oggi i mudlarks esistono ancora, ma ciò che li spinge ad avventurarsi sulle rive del fiume, al calare della marea, non è l’indigenza, bensì un certo spirito di avventura, unito alla passione per l’archeologia e all’amore per la propria città. Per essere un moderno mudlark occorrono degli stivali di gomma, una certa attenzione e la speranza di trovare qualcosa di significativo. Una modena organizzazione, fondata nel 1980, The Society of Thames Mudlark, ha una licenza speciale, rilasciata dall’autorità portuale londinese, che permette ai suoi membri di dissotterrare reperti dal fango del Tamigi, anche con l’aiuto di metal detector, e riportare eventuali scoperte archeologiche al Museo di Londra. Un permesso standard giornaliero dà invece la possibilità a semplici appassionati di cercare oggetti sulle rive del fiume scavando fino a sette centimetri e mezzo di profondità. Ma è possibile anche mantenersi al livello di superficie, raccogliendo semplicemente ciò che è visibile, durante una singolare passeggiata.

Per saperne di più, abbiamo intervistato David Kelly, un giovane londinese, appassionato di arte e di archeologia, che da qualche tempo si dedica a questa attività.

Come sei venuto a conoscenza del Mudlarking?

Stavo bevendo qualcosa con la mia amica Sarah, un’archeologa, esperta di ossa umane, che lavora per il Museo di Londra. Eravamo vicini al Tamigi e stavamo parlando del suo lavoro. Ad un certo punto lei mi ha suggerito di andare giù sulle rive del fiume in cerca di ossa. Ho accettato la proposta e sono rimasto letteralmente catturato da questa nuova esperienza. 

Ogni quanto pratichi il Mudlarking?

Cerco di andare ogni settimana, ma ovviamente tutto dipende dal livello delle maree e dalle condizioni atmosferiche.

C’è bisogno di una particolare attrezzatura? 

I "Wellington Boots" sono essenziali! Bisogna anche portarsi dietro un paio di buste per raccogliere gli oggetti che si trovano man mano, e anche alcuni strumenti utili, come una paletta o un piccolo rastrello da giardinaggio. Da un punto di vista igienico consiglio l’uso di guanti e di avere da parte anche qualche cerotto. E anche un taccuino, per annotare informazioni utili, ad esempio il luogo di ritrovamento degli oggetti. Se poi si vuole fare del mudlarking serio, magari per trovare qualche tesoro… ci vuole un metal detector.

Spese extra?

Ci sono costi se si vogliono effettuare scavi sulle rive del fiume; infatti ci vuole un permesso da richiedere all’autorità portuale, che può costare dalle 50 alle 60 sterline. Ma ci sono anche permessi giornalieri, più economici, circa 7 sterline e 50. Ovviamente, se si compra un permesso di scavo, significa che si vuole fare una ricerca accurata, e quindi ci vuole un metal detector. I più economici si aggirano sulle 150 sterline.

Dal tuo punto di vista personale, quali sono gli aspetti eccitanti del mudlarking e cosa consiglieresti a chi non ha mai provato?

Ci sono molti fattori che rendono la pratica del mudlarking così divertente. Innanzitutto trovo interessante la diversità degli oggetti che possono essere trovati lungo il fiume. Poi c’è la possibilità di saperne di più sulla mia città e sulla sua storia ed essere in grado di portarmi a casa i reperti, che, una volta puliti, mi danno la chance di continuare le mie ricerche. Il mudlarking è divertente da fare con altre persone, ma è anche un passatempo rilassante se si è da soli. Io direi di provarlo  se si è interessati all’archeologia (a qualsiasi ivello) e se si vuole saperne di più sulla storia del Tamigi e di Londra (o di altri posti, basta che ci sia un fiume o un porto). Ovviamente aspetto di trovare il mio tesoro dei pirati, una scoperta meravigliosa che comprenda oro e uno scheletro intero, magari di un pirata con un pappagallo sulla spalla. Detto ciò, meno mudlarks in giro, più chances per me di trovare il tesoro.  :-)

Buona fortuna!
 

Per permessi giornalieri, telefonare alla Port of London Authority (Gravesend) al n. 01474 562200.  

londra, credit crunch & recessione20 Sep 2009 10:04 am
Il credit crunch ha compiuto un anno. All’inizio ha attanagliato la città, con una cappa di ansia e previsioni catastrofiche. Adesso ci si naviga, un pò rassegnati, ma speranzosi, perché i giornali dicono che la crisi è rientrata. Sicuramente, nonostante i titoli ottimisti, la crisi è ancora tra noi e ha mietuto le sue vittime. Licenziamenti, si, ma non detti così a brutto muso. Qui si diventa "ridondanti", superflui. E arriva la lettera di redundancy, che a volte offre alternative, ma più spesso una somma di buona uscita e tante grazie. Alle file per i biglietti del cinema o delle mostre adesso non ci sono solo i disoccupati con il certificato del job centre, ma anche gli ex impiegati, con la letterina di licenziamento e un rossore imbarazzato sulle gote, a chiedere lo sconto perché "they’ve been made redundant". Moltissimi negozi hanno chiuso, la falce del credit crunch si è abbattuta qua e là senza distinzioni di area e di classe. Personalmente piango la boutique Koh Samui a Covent Garden. I prezzi erano sempre stati inarrivabili, anche senza la crisi, ma nelle vetrine c’erano dei vestiti bellissimi, fantasiosi, di taglio e qualità notevoli. Nel grigiore di tutti i giorni, passare là davanti e notare le nuove creazioni tirava su il mio animo femminile e narciso. L’ultimo vestito su cui ho sognato era di pizzo rosa perla, foggia anni ‘30. Uno di quei vestiti che ci si può andare a sposarsi o ad un garden party o ad un appuntamento galante, senza sentirsi esagerate. Mi piacevano anche le commesse, che la mattina presto si sedevano per terra davanti al negozio, vestite come modelle, bambole di porcellana con la sigaretta tra le labbra, ad aspettare qualcuno con le chiavi per iniziare un nuovo giorno di lavoro. Ma adesso le vetrine sono inesorabilmente vuote, la boutique si è trasferita su internet e chissà le modelle dove saranno andate. Il credit crunch ha non solo ristretto le finanze, ma anche le pagine dell’inserto del Guardian, quello sul lavoro. Mi ricordo che era sempre pieno di annunci, di tutti i generi e per tutte le esperienze. Adesso ti arrivano in omaggio due pagine striminzite, con pochissimi annunci ed estesi articoli su cosa fare quando si diventa "ridondanti". Eppure, come nei film neorealisti, l’arte di arrangiarsi prende il sopravvento. E’ di questi giorni l’inaugurazione del Brixton Pound, una valuta alternativa, utilizzabile solo in quel quartiere, che permetta ai residenti di spendere localmente, supportare le piccole imprese e ravvivare l’economia. Se l’esperimento si rivelerà efficace o se invece si ridurrà ad una versione adulta del Monopoli, lo sapremo solo fra qualche tempo.
londra, terra angla29 Aug 2009 10:43 am

Le mie recenti vicissitudini mi hanno portato lontano da questo blog, ma ora mi forniscono utili spunti per dei post di servizio.

Poniamo il caso che il vostro soggiorno londinese (o britannico) si estenda per più di qualche mese e la vostra situazione si evolva da semplice visitatore/turista a quello di immigrato/residente. Auguriamoci che la salute vi assista e che non vi capiti nulla di rilevante che non sia un mal di testa o un raffreddore dovuto al clima infausto. Ma la fortuna, si sa, è cieca e volubile. La cosa piu logica da fare è quella di iscriversi alla surgery (cioè all’ambulatorio) del vostro quartiere. Potete trovare gli indirizzi sul sito dell’NHS (il Servizio Sanitario Nazionale inglese). Una volta compilato il solito form e consegnata magari una provetta con le vostre preziose urine, sarete assegnati ad un GP (general practitioner – un equivalente del medico di famiglia) e vi sarà data una card col vostro numero NHS.
Il GP è colui (o colei) al quale vi rivolgerete in caso di bisogno. E’ il GP che vi prescrive farmaci o vi scrive la richiesta per una visita specialistica.
Se avete bisogno di vedere un medico as soon as possible, potete andare all’ambulatorio senza appuntamento, ma potreste essere visitati da un altro GP.
I GP hanno a disposizione 10 minuti a paziente e, per evitare sprechi, non sono cosi solleciti ad elargire medicinali o visite specialistiche se non in caso di vero bisogno (la visita con un consultant, cioè con lo specialista, puo’ richiedere fino a 13 settimane di attesa, a meno che il vostro caso non sia davvero urgente).
I GP potrebbero sorvolare su una congiuntivite, sorridere ad una banale richiesta di esami del sangue giusto a titolo preventivo, essere reticenti a prescrivervi dei medicinali se non siete proprio malatissimi.
Insomma, la mentalità qui è un po’ diversa dal continente.
Se non siete soddisfatti o volete vedere uno specialista a tutti i costi, vi conviene andare nel privato, che è generalmente accogliente ed efficiente. Ma, a quel punto, dovete avere una certa disponibilità economica o essere coperti da un’assicurazione.
Insomma, leggendo sui giornali qua e là, tra ritardi, infezioni da clostridium difficilis e varie eventuali, la sanità pubblica angla, a parte alcune aree felici, non sembrerebbe godere di una buona reputazione, ma i contributi per le spese sanitarie sono piu’ bassi nel Regno Unito che in Italia e poi ci sono polizze salute che richiedono una infima spesa mensile.

Per quanto concerne la scelta del GP, vi consiglio di dare un’occhiata ai siti web delle surgeries di zona (le trovate sul sito NHS). La visita virtuale vi offre la possibilità di conoscere il personale e i servizi a disposizione. Alcuni ambulatori vi permettono anche di prenotare la visita medica su internet, risparmiandovi tempo e attese telefoniche.
Il bello di una citta cosmopolita come Londra è che ci sono GP di tutte le nazionalità e culture, e questo rende il servizio all’utente in un certo senso agevolato. Fa piacere per chi magari viene da un continente lontano, poter parlare con un medico che parla la nostra lingua o condivide uno stesso orientamento religioso.
Per concludere questo primo excursus in materia medica, citerò una cosa che non manca mai in nessuna casa italica e che, pur vivendo altrove, non manca nella mia: il famigerato armadietto dei medicinali (nel mio caso, cassetto). Una simpatica collezione di cerotti, pomate varie, antidolorifici, antipiretici, gocce, sciroppi e compresse per raffreddori, garze e termometro, di cui i miei amici angli spesso ridacchiano divertiti (magari scambiando la ipeprevidenza italiota per eccentrica ipocondria), finendo poi per apprezzare il ritrovato last minute per quel doloretto muscolare o la puntura d’insetto…

diario22 Aug 2009 11:40 am
ghost
Ricomincio da SE4.
Alle prime luci dell’alba del 1 gennaio 2009, in una cucina a nord del fiume, tra bicchieri di vino, avanzi di cotechino e lenticchie (un successone tra gli angli), musica e mozziconi di sigarette, alcuni amici davano voce ai propri propositi per l’anno nuovo.
Tra chi aveva messo in cima alle priorità l’amore, i soldi, viaggiare e anche mettersi i calzini dello stesso colore alla mattina, io avevo esordito con "i don’t want to lose my brain", lasciando gli astanti parecchio interdetti.
Sapevo di cosa stavo parlando. 
Virginia Woolf affermava che una donna, se vuole scrivere, deve avere i soldi e una stanza per sé.
Se ci si trova a spendere energie nel cercare di far fronte alla crisi economica e a cercare un nuovo alloggio, le occasioni di scrittura vengono meno. Per non parlare della salute che vacilla.
Eppure penso a questi ultimi mesi come ad un periodo di passaggio, come quelle cerimonie di iniziazione in sperduti villaggi di fango, al limitare di una giungla intricata, dove adolescenti dai corpi dipinti e dalle ferite ancora aperte danzano al suono di tamburi e canti inquietanti. 
Viaggi fuori e dentro me stessa, luoghi, suoni e sapori di cui non sono riuscita a scrivere, perché non c’era altra audience al di fuori della mia testa.
A volte bisogna rivoltare il guanto, perdere la bussola, gettare la spugna, prendere un treno e ritrovarsi da soli, in una stamberga che si affaccia su muri scrostati, e cieli senza stelle.
Poi qualcosa accade, come una corrente elettrica che dà la scossa e scioglie quella vena creativa che si era bloccata, vetrificata.
Non sappiamo cosa succederà, non sappiamo se stiamo facendo la cosa giusta, ma l’importante è ricominciare - da zero, da noi stessi, da SE4 - comunque. 
Stay tuned
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